28 agosto 2016

In assenza di vere notizie (le polemiche d'estate)


Prima della scossa di terremoto del 24 agosto, in assenza di notizie vere o, più verosimilmente, nel non volerne vedere, quest'estate abbiamo assistito a polemiche pretestuose, superficiali, da bar di paese.

La questione del burkini.
La vignetta sulla Boschi.
E poi, le solite promesse sulle tasse da abbassare.
Le sventure previste per l'Italia se non passasse la riforma costituzionale voluta dal governo.

Partiamo dal burkini: non pensavo fosse possibile che tante persone che ritenevo di sinistra, difendessero "il diritto di indossare un abito".
Come se le donne musulmane fossero veramente libere nel vestirsi come vogliono, come se il burka o il burkini in spiaggia fosse una libera scelta come quella delle suore, come ha voluto far intendere l'imam di Firenze col suo post su FB.

Dimenticantosi che le suore sono spose a Dio, mentre le donne musulmane sono spose al limite ad un uomo e basta.
Come se dietro non ci fosse una questione a monte più importante: perché solo le donne devono nascondere il proprio corpo?
Perché in questa religione è amessa la poligamia e non il contrario, una donna con molti mariti?

La nostra Costituzione non ammette che ci siano discriminazioni per credo politico, per religione o sesso.
Quello che i sostenitori del burkini (e dei matrimoni combinati, e delle donne recluse in casa, e del velo integrale) richiedono non è allora contro la nostra Costituzione?

I difensori del velo e costume integrale sostengono che non si può imporre un divieto (come successo in Francia con una legge poi sospesa) alle donne sul modo di vestirsi. Che non si può imporre loro di scoprire le gambe.
Mentre invece si può accettare che una religione lo imponga.

Cosa direbbero queste persone, che magari si ritengono liberali e democratici, trovandosi di fronte una persona col passamontagna, vestita di nero, in metropolitana, alla stazione del treni, dentro un locale pubblico?


Sempre sul corpo delle donne, la polemica (sui social) la polemica per la vignetta di Mannelli, protagonista il ministro Boschi con la scritta "lo stato delle cosce". L'immagine era tratta da una foto vera del ministro, la battuta, forse non riuscita, intendeva dire che dietro la riforma, solo la bella immagine. E le tante gaffe del ministro, a cominciare da quella sui partigiani veri che votano sì al referendum.
Un po' come la caratterizzazione che ne aveva fatto due anni fa Virginia Raffaele, col suo "shaba". Anche allora polemiche, accuse.
Quell'imitazione non ebbe seguito da parte della Raffaele, che però può prendersi beffe di Belen (e di Donatella Versace), senza che questo susciti troppe polemiche.


Il metodo della fenice: La terza indagine del commissario Casabona, Antonio Fusco

Incipit
Il colpevole era nudo. Giaceva privo di sensi sul pavimento della stanza. Il narcotico gli aveva fatto perdere conoscenza e non si era ancora ripreso. Il piccolo ambiente dalle pareti bianche era illuminato solo da una lampada d’emergenza. Non c’erano aperture che lasciassero filtrare la luce naturale, ...

Un uomo rinchiusa in una stanza della tortura con tante domande e senza più voce per aver gridato invano al suo carceriere.
Un corpo semi carbonizzato ritrovato in una discarica.
Un delitto che sembra risolversi in fretta, forse troppo in fretta …
Ma dietro la soluzione, facile, si apre uno spiraglio che porta dritto ad una comunità che si occupa di adolescenti senza famiglia e dentro cui è difficile avvicinarsi.

Questi tutti gli ingredienti del terzo noir del criminologo Antonio Fusco, con protagonista il commissario Casabona e i suoi colleghi della squadra Mobile della Questura di Valdenza, nome inventato di una cittadina di provincia, vicino Firenza.
Siamo nella bella e romantica provincia Toscana, regione che sa anche nascondere storie delittuose piene di sangue e violenza.
Il caso da cui parte tutta la storia è il ritrovamento, a seguito di una telefonata anonima, del cadavere di una giovane donna, strangolata con un sacchetto di plastica e semi carbonizzata.
Accanto al corpo, un peluche colorato.
Il corpo della donna aveva assunto una posizione plastica. Dava le spalle alla strada ed era girato su un lato, completamente nudo, sopra un cumulo di calcinacci lasciati da qualcuno che aveva voluto liberarsene in modo sbrigativo ed economico”.

Casabona è il primo ad accorrere sul posto, prima che arrivino i suoi collaboratori, l'ispettore Proietti e il sovrintendente Bini: da giorni, a seguito della separazione dalla moglie, vive in un alloggio dentro la Questura.
Non è uno di quei funzionari di polizia di primo pelo, alle spalle ha tanti, forse troppi anni alla Mobile: seguiamo i suoi pensieri da sbirro..
La scena del crimine è come la pellicola di un film i cui fotogrammi siano stati tagliati e buttati via in modo casuale. Sparsi tutto intorno senza una logica precisa. È compito degli investigatori ritrovarli uno per uno e rimetterli insieme nell’ordine corretto..”

… e di uomo: nonostante tutte le morti morti cui ha assistito, nessuna lo lascia insensibile e nella testa iniziano a girare le prima domande. Chi era la ragazza morta, come un manichino bruciato? Cosa c'è stato all'origine del delitto? Su quali altre persone si riverserà il contagio del male ..?
Se fosse possibile, basterebbe non amare per bloccare le conseguenze del male. Diventare insensibili al dolore altrui. Se fosse possibile…”.

Il caso sembra uno di quelli destinati a risolversi in fretta: grazie alla testimonianza di un esponente di una comunità che vive nei boschi, si riesce a risalire alla macchina che ha scaricato il corpo della ragazza e al suo proprietario. La pista porta subito ad un probabile sospettato, un porno attore noto nella zona, Luca Simoni:
uno a cui piace fare la bella vita e spassarsela con le donne. Fa l’attore porno per una casa di produzione amatoriale”.

Incrociando i tabulati telefonici e le amicizie del ragazzo, si riesce a risalire anche all'identità della ragazza: Tania Orlosky, una ragazza ucraina di ventiquattro anni, ufficialmente ballerina nei locali, in realtà una entraineuse come tante altre ragazze dell'est.

Ma Luca Simoni è morto, finito in fondo ad un lago, affogato. Un suicidio forse.
Caso chiuso, allora?
Non per Casabona, secondo cui “le soluzioni troppo rapide e precise mi lasciano sempre un’ombra di dubbio”.

Perché nel frattempo, ai dubbi di Casabona (l'assenza di un movente per esempio) si aggiungono altre cose che non tornano: il DNA del presunto assassino viene ritrovato dentro un fascicolo di un “cold case”, passato all'Unità delitti insoluti, presso la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato. Come quello di Loretta Magnani, uccisa dentro una cascina nel 1970.
Come è possibile?
Chi ha scritto la lettera anonima che ha fatto riaprire il caso è stato riaperto dopo tanto tempo?

La squadra di Casabona inizia a fare delle domande sul passato di Simoni, che da piccolo era finito in una comunità che accoglie bambini senza genitori in attesa di essere adottati, la comunità “La siepe”. Anche qui recentemente è avvenuto un fatto di sangue: il direttore della struttura ha trovato la figlia morta, in casa, e per il dolore è finito in una struttura psichiatrica.
La giovane, che si chiamava Laura, si era scambiata parecchi SMS negli ultimi mesi con Simoni.
Ma si è veramente suicidata, come ha stabilito l'inchiesta? Oppure anche questo è un delitto mascherato? Il padre, dopo giorni di mutismo, di fronte alla dottoressa che l'ha in cura, se ne è uscito con una frase che riapre il caso:
«Renzo, potresti ripetere, per cortesia?». «Mia figlia non si è suicidata. È stata uccisa. Ne sono certo.»

Ma alle prime domande, ai primi tentativi di avvicinarsi alla comunità, Casabona viene stoppato malamente. “La siepe” è una comunità su cui è difficile perfino fare domande, figuriamoci entrare.
Una comunità florida, frequentata da politici, magistrati, giornalisti.

Così, per trovare il filo che unisce le morti di Tania Orlosky, Laura Chellini e Loretta Magnani, si dovranno muovere con molta cautela, sfruttando i propri contatti in modo non ufficiale. Perché l'intrigo, la matassa, man mano che si cerca di ricomporre i pezzi, diventa sempre più complicato e vasto:
«Proviamo a ragionare un attimo. Abbiamo due donne trovate morte, a più di trent’anni di distanza, nella stessa zona. Tralasciando, per il momento, la figlia di Renzo Chellini.[..]
Poi abbiamo due uomini, la cui morte è riconducibile a un eccesso di alcol, che sono i perfetti candidati per essere considerati i loro assassini.

Non aspettatevi un lieto fine alla fine del racconto: Casabona e i suoi uomini riusciranno ad impedire alla “Fenice” che da il titolo al libro di risorgere dalle sue ceneri, ma i veri responsabili dietro rimarranno intoccabili.
Ma questa volta è il turno di Casabona stesso, di risorgere ad una nuova vita, rimettendo nell'ordine giusto le priorità della sua vita. Per cercare di risistemare i suoi problemi familiari con la moglie. Mettendo da parte tutto l'orrore che gli anni di lavoro hanno lasciato dentro:
Questo lavoro mi è entrato dentro al punto da condizionare il mio modo di vedere il mondo. I miei occhi sono diventati come una lente deformata, piegata dal male con cui abbiamo a che fare tutti i giorni[..] Questa indagine mi ha lasciato dentro una sola cosa positiva: mi ha insegnato che è sempre possibile ricominciare da capo”.

Il metodo della Fenice è un noir ben scritto che porta il lettore dentro il lavoro di investigazione: nella storia ritroviamo tutta l'esperienza dell'autore, Antonio Fusco funzionario di polizia, che è stato bravo nel raccontare, in modo preciso, il lavoro di squadra, le regole, le routine, i rapporti con la stampa e coi superiori, con la loro ansia di arrivare a risultati in tempi brevi (e bravi nell'evitare rogne se l'inchiesta tocca persone importanti) ..
Molto reale e credibile il protagonista delle storie di Fusco, il commissario Tommaso Casabona qui alla terza indagine (Ogni giorno ha il suo male e La pietà dell'acqua i precedenti romanzi), e di cui siamo curiosi di conoscere il futuro, sia dal punto di vista professionale, come poliziotto. Sia dal punto di vista personale.

La scheda del libro sul sito di Giunti editore (da cui potete leggere un estratto)

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27 agosto 2016

A futura memoria, se la memoria ha futuro – di Leonardo Sciascia

Un intellettuale è tale perché ha il coraggio di intestarsi battaglie su diritti civili lontane dal conformismo comune, idee che possono essere scomode, in direzione ostinata e contraria, per usare le parole di Fabrizio de Andrè.
Un intellettuale, uno vero intendo, deve sentirsi libero di portare avanti le sue idee, scomode, fuori dal coro, anticonvenzionali, senza che gli venga addossata l'accusa di fare il gioco di qualcuno.
Come dopo il finto suicidio di Calvi a Londra, dove Sciascia scrisse della tragedia di un uomo fragile sostenendo la tesi del suicidio e fu accusato da altri giornalisti di essere alleato oggettivo della mafia e della massoneria:
questa trovata delle “alleanze oggettive” mosse in accusa a chi difende certi diritti civili che si vogliono dimenticare o a chi discorda da opinioni che si vogliano totalitarie, è uno dei ricatti che più pesa nella vita italiana, che di ricatti non si può dire povera”.

In questo volume sono raccolti tutti gli interventi di Leonardo Sciascia pubblicati su Il corriere e su l'Espresso tra il 1979 e il 1988, tra il delitto del giudice Cesare Terranova e la fine del maxi processo di Palermo (che in Sicilia la storia si deve purtroppo misurare con eventi criminali).
Storie di delitti eccellenti (Dalla Chiesa, Terranova, Calvi), storie di (cattiva) amministrazione della giustizia e storie di mafia : “spero che venga letto con serenità” si augurava nella prefazione.

L'autore de “Il giorno della civetta” e di “A ciascuno il suo” è stato uno dei primi scrittori di mafia in Italia, gli fu appiccicata l'etichetta di mafiologo (che contestava):
Non c'è nulla che mi infastidisca quanto l'essere considerato un esperto di mafia o, come si usa dire, un “mafiologo”. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone.Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara: a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte. E non amo le interviste ex abrupto: preferirei rispondere per iscritto ad ogni domanda, tranquillamente, ponderatamente”.

Come un insegnante paziente col suo alunno, ha cercato di spiegare la sua visione di questa struttura criminale (non una struttura unitaria, ma piuttosto tante mafie locale talvolta in lotta tra loro). Il passaggio dalla mafia agricola (quella di Germi e del suo film “In nome della legge”) alla mafia che entra negli appalti pubblici per la cementificazione di Palermo. Fino all'ultima evoluzione della mafia produttrice di droga e che (ai tempi in cui scriveva questi articoli negli anni '80) non si sentiva non più protetta dallo Stato: questo spiega la qualità eversiva degli ultimi delitti della mafia.
Dalla Chiesa, Mattarella, Boris Giuliano, Gaetano Costa, Cesare Terranova, Pio La Torre.
.. tra Portella della Ginestra e l'assassinio del generale Dalla Chiesa corre un grosso divario. Il rapporto di reciproca protezione tra uno stato in sclerosi di classe e una mafia in funzione di sottopolizia e avanguardia reazionaria, cui veniva lasciata a compenso l'esazione di determinati tributi, si è certamente infranto. Per due ragioni. Una, perché lo Stato – disordinato, inefficiente, disfatto quanto si vuole – non è più in sclerosi di classe. Ragione politica, dunque. L'altra – ragione che si potrebbe dire morale, anche se nasce da precauzione e da calcolo – che la gestione della droga, pur essendo fonte di redditi ingenti, ha spaventato quegli uomini politici che, ormai appagati di quel già che avevano in potere e in beni, non volevano correre ulteriori e meno protetti rischi.”

La polemica attorno alla morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Il 3 settembre 1982 viene ucciso il prefetto dalla Chiesa mandato a Palermo con pieni poteri (ma solo sulla carta) per combattere la mafia.
L'omicidio, secondo lo scrittore, era sintomo di una mafia in crisi, perché costretta a portare avanti una lotta allo Stato, con metodi eversivi (come le Brigate Rosse). Erano gli anni in cui venivano uccisi magistrati, presidenti di regione, sindaci e infine il super prefetto Dalla Chiesa, assieme alla giovane moglie. Nemmeno la moglie è stata risparmiata dai killer di Cosa Nostra.

Sciascia, commentando l'agguato, non si unisce al coro del “povero generale”, ma sottolinea la spavalderia di Dalla Chiesa suscitando nuovamente le polemiche di altri giornalisti e del figlio del generale, Nando Dalla Chiesa:
Sospetto che proprio questa ipotesi a Bocca non piaccia, così come certamente non gli piace sentir dire che il generale Dalla Chiesa non si proteggeva sufficientemente e accortamente. Nulla di più evidente: il generale Dalla Chiesa andava per le strade di Palermo senza protezione e precauzione; ma pare che il dirlo venga considerato un'offesa alla memoria del generale e una remora della lotta alla mafia”.

Anche per questi articoli arriveranno addosso le accuse di aver fatto “il gioco della mafia”: in realtà
Sciascia sottolinea non solo l'assenza di precauzioni ma anche il non aver compreso, da parte del generale “ la mafia nella sua trasformazione in 'multinazionale del crimine', in un certo senso omologabile al terrorismo e senza più regole di di convivenza e connivenza col potere statale e col costume, la tradizione e il modo di essere dei siciliani.”

Non solo, lo scrittore fu molto scettico anche nei confronti dei super poteri che, se anche Dalla Chiesa avesse avuto, non gli avrebbero permesso di sconfiggere da solo la mafia: per contrastare le mafie serviva più diritto, non maggiori poteri, spesso discrezionali dati alle forze dell'ordine e ai magistrati.
.. debbo, a chi crede di poter dire quello che vuole, dire quel che certamente non ama sentire. Ed è questo: che l'accusare e il drammatizzare sui poteri che in Sicilia non sono stati dati al generale Dalla Chiesa, il far credere che appena avuti certi poteri il generale avrebbe tirato fuori dalla manica una radicale panacea contro la mafia, è una mistificazione”.

Questo dei diritti civili è un fil rouge che attraversa tutto il libro e che spesso ritorna: diritti che devono essere concessi perfino ai mafiosi.

Il caso Tortora
Nella prefazione, Sciascia anticipa già diversi temi poi presenti nella raccolta: tra questo il tema della giustizia giusta, dopo lo scoppio del caso Tortora, per cui aveva anche scritto una lettera al presidente Pertini senza aver avuto risposta:
Il sacrificio personale di Tortora era però servito a dare agli italiani il senso che i giudici potevano fare quel che volevano, distruggere una persona innocente nella reputazione e negli averi e, principalmente, privarla della libertà. L'inquietudine del paese fu maggiormente sentita da socialisti e radicali, che promossero un referendum popolare per una legge che, in casi come quello di Tortora, rendessero responsabili i giudici …”

Enzo Tortora, a seguito delle rivelazioni di un pentito di Camorra, fu arrestato e sbattuto come mostro in prima pagina. Condannato a dieci anni in primo grado, fu poi assolto in Appello. La battaglia di Sciascia non parte da un principio di difesa di casta, nei confronti di un personaggio noto.
Le accuse dei camorristi pentiti a Tortora non sono state, prima dell'arresto, accuratamente e scrupolosamente vagliate, perché gli ottocentocinquantasei mandati di cattura trovavano apice, davano misura della vastità e intransigenza dell'operazione, proprio in quello contro Tortora.De resto – come è stato detto, ripetuto e non smentito – se su ottocentocinquantasei ordini di cattura ben duecento erano sbagliati e le persone arrestate per errore sono state rimesse in libertà nel giro di pochi giorni [..], è facile immaginare che in tanta fretta e confusione il nome di Tortora, fatto con sicurezza dai pentiti, appunto sia apparso come il più sicuro, oltre che il più eclatante.”

Sciascia puntava il dito contro quei magistrati che non venivamo mai chiamati a rispondere dei loro errori: una battaglia che portò poi ad un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, in parte applicato dalla politica (o in parte disatteso, a seconda dei punti di vista).
Un magistrato non solo non deve rendere conto dei propri errori e pagarne il prezzo, ma qualunque errore commesso non sarà remora alla sua carriera, che automaticamente percorrerà fino al vertice, anche se non con funzioni di vertice”.

La soluzione, drastica e quanto mai improponibile, era quella di mandare in carcere i magistrati prima di mandarli a ruolo:
Un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d'esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l'Ucciardone o Poggioreale”.

Mafia e fascismo
C'è un libro che Sciascia cita spesso nei suoi articoli: Christopher Duggan “La mafia durante il fascismo”. In questo libro si racconta della percezione della mafia, e di come questa fu combattuta negli anni del fascismo, dai metodi repressivi e anti democratici usati dagli uomini del prefetto Mori negli anni '20.
il fascismo aveva soltanto anestetizzato la mafia, e spesso facendo più o meno volontaria confusione tra il dissenso politico e la criminalità associata; ma in quanto ad estirparla ci voleva altro.Forse ci voleva anche più tempo, a far sì che la generazione mafiosa presa nella rete di Mori naturalmente si spegnesse e non tornasse in auge al crollo della dittatura; ma soprattutto ci voleva, per dirla semplicisticamente, più diritto: nel senso che bisognava mettere i siciliani nella condizione di scegliere, appunto, tra il diritto e il delitto e non tra il delitto e il delitto”.

Mafia e fascismo, spiega Sciascia, erano concorrenti sul piano politico, in quanto entrambe forze reazionarie:
L'idea e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei confronti della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole; in Sicilia la mafia ha impedito che il socialismo prendesse forza: la mafia è già fascismo”.

Continua, l'autore:
Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange “rivoluzionarie” per patteggiare con gli agrari e gli esercitanti delle zolfare, costoro dovevano – a garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine pubblico – liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi “mafiosi”): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto”.

I professionisti dell'antimafia
La polemica contro l'uso dell'antimafia per fini politici (e di carriera), nasce dalle considerazioni di cui scriveva sopra: anche il fascismo combattè la mafia, ma la sua antimafia “è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile”.

E venne poi la promozione del giudice Paolo Borsellino a procuratore capo a Marsala: promozione basata non su criteri di anzianità (come poi avvenne per silurare Falcone a Palermo), ma in base al fatto che Borsellino avesse portato avanti processi contro la mafia:

Notiziario straordinario numero 17 (10 settembre 1986)
Il dottor Borsellino [..] possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare”I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale di più, in Sicilia per fare carriera nella magistratura, del prendere parte a processi di stampo mafioso.

Polemica non contro Borsellino in se, ma contro quella che secondo Sciascia era una discriminazione nei confronti degli altri candidati a quel posto.
Polemica a mio avviso basata su presupposti in parte giusti (il procuratore Meli fu poi promosso al posto di Falcone usando il principio di anzianità) ma che non considerava l'eccezionalità del fatto che si era in Sicilia, terra di mafia.
Ma Sciascia se la prendeva anche con l'antimafia fine a sé stessa, quella delle manifestazioni in strada senza che si spingesse gli studenti a leggere libri di mafia.
Se la prendeva contro la cultura del sospetto, un veleno che poteva colpire anche persone poi innocenti.
Il fenomeno del pentitismo, dei non pentiti di mafia come Buscetta (di cui lo scrittore non condivideva nemmeno il suo teorema sulla mafia unitaria e verticistica).
Queste le ragioni dei suoi articoli sul Corriere, a partire da quello del 10 gennaio 1987.
Alle critiche che gli furono rivolte dagli articoli di Pansa, di Scalfari e la lettera del Coordinamento antimafia di Palermo, rispose con queste precise parole, che danno la cifra del suo garantismo
Io – finché non si troverà una soluzione tecnica che non contravvenga all'idea del diritto – preferirò sempre che la giustizia venga danneggiata piuttosto che negata.Questa è la mia eresia: gli inquisitori mi diano la condanna che vogliono. Ma ci sono tanti eretici, per fortuna, in questo nostro paese; benché non sembri.E in conclusione, che in Italia l'amministrazione della giustizia – e non soltanto in ordine alla mafia – riesca, come spero, ad uscire dall'impasse in cui si è cacciata”.

Strano destino quello di Sciascia: trovarsi sempre contro corrente, mafiologo per i suoi libri sulla mafia quando questa non era considerata come un'emergenza (e veniva persino negata):
Io ho dovuto fare i conti da trent'anni a questa parte, prima con coloro che non credevano o non volevano credere all'esistenza della mafia e ora con coloro che non vedevano altro che mafia.Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio; e così via.


La rivelazione sul capitano Bellodi.
No, non era all'allora capitano Dalla Chiesa (comandante alla stazione di Corleno negli anni in cui veniva ucciso da Liggio il sindacalista Placido Rizzotto).
Ad aver ispirato Sciascia per il personaggio del capitano Bellodi era il maggiore Renato Candida
Non solo per Il giorno della civetta, ma per ogni mio racconto in cui c'è il personaggio di un investigatore, la figura e gli intendimenti di Renato Candida, la sua esperienza, il suo agire, più o meno vagamente mi si sono presentati alla memoria, all'immaginazione”.

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La terra trema (tremava ieri e lo farà anche domani)

Sono stanco di vedere persone piangere la morte di parenti e amici, di fronte alla casa che non c'è più.
Sono stanco di vedere migliaia di persone correre per aiutare la popolazione colpita da catastrofi naturali (in cui però le cattive amministrazione hanno pure contribuito).
Sono stanco di vedere cattivi giornalisti accorrere sul luogo della tragedia per raccontare la solita tv del dolore.

Il terremoto in centro Italia del 24 agosto passato è stato come uno schiaffo in pieno volto che ha scosso il paese intorpidito dalle vacanze e dalle sterili polemiche agostano (il burkini, la riforma costituzionale, gli annunci sulle tasse).

Tempo poche ore e mentre ancora si contavano i dispersi e le immagini dei vigili del fuoco raccontavano di paesi che sembravano usciti da un bombardamento, in rete e sulle agenzie era già un profluvio di dichiarazioni, commenti, speculazioni, attacchi politici (strumentali). Gente che sapeva tutto e che tutto capiva.

I 33 euro per i profughi, ospitati negli alberghi mentre gli italiani erano confinati nelle tende.
I soldi da prendere i soldi delle scommesse al lotto.
Speriamo che questa volta non facciano un altro processo alla scienza.
A chi rinfacciava (come Antonello Caporale sul Fatto Quotidiano tra gli altri) come in Italia si spendano soldi per grandi opere mentre per la messa in sicurezza del paese si spende poco e male, veniva dato dell'avvoltoio, gente che campa sulle disgrazie, uno sciacallo.

Viene in mente quello che raccontava Marco Paolini nello spettacolo sul Vajont:
Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d'acqua e l'acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. ...”.

Così scriveva un giornalista famoso nei giorni successivi la frana Dino Buzzati. E chi invece, come Tina Merlin, puntava il dito sulle responsabilità della Sade, dell'Enel, dei tecnici che non avevano controllato e ignorato gli allarmi, veniva chiamato sciacallo (Merlin scriveva per l'Unità).

Niente polemiche, per favore, ora serve il clima di unità nazionale.
Per fare cosa però?
Assistere ad un'altra sceneggiata elettorale come quella vista all'Aquila nel 2009? Con altre new town (che ora per altro nessuno vuole, nemmeno quei ministri che anche allora erano al governo)?
Per continuare a costruire o ristrutturare case senza rispettare criteri?

Perché, pure questo ho letto, mica possiamo mettere in sicurezza tutto il paese, i borghi antichi, le chiese medioevali ..

Mauro Favale e Giuliano Foschini su Repubblica
Ma anche sulle case costruite cinquanta o cento anni fa si possono fare interventi mirati per renderle meno vulnerabili alle scosse.
E poi ci sono gli edifici pubblici, le scuole, gli ospedali.
Ad Amatrice (lo ha scritto Mauro Favale su Repubblica) si sono spesi 500mila euro per avere una scuola antisismica che poi è crollata su sé stessa. Di notte, senza bambini dentro.
Ad Accumoli si è ristrutturato un campanile tre volte, che poi crollando ha ucciso un bambino di pochi mesi.

Cosa vogliamo fare? Continuare per qualche settimana con la tv del dolore, le prime serate, gli annunci si soldi stanziati (sempre troppo pochi e poco controllati)?
Vogliamo rifare un altra L'Aquila? Sfruttare nuovamente la tragedia per fare campagna elettorale (sia pro che contro il governo, intendo)?

Oppure iniziare a pensare alle costruzioni in modo diverso.
Mettendo regole chiare su come costruire e controlli certi. Dove i processi per capire le responsabilità non vengono spazzati via dalla prescrizione.
Regole che devono essere rispettate da tutti, dai costruttori dell'Ance (che forse potrebbero controllare meglio come lavorano i loro iscritti), dai comuni e anche dai cittadini.
Trovando soldi a partire dalle grande opere, inutili in un paese con questi problemi idrogeologici, sismici (e con parte del sistema ferroviario a binario unico ancora).
Va anche bene il modello Expo per la ricostruzione dei paesi, magari controllando chi prende i soldi, i lavori che fa (le new town sono state uno spreco e ora cadono a pezzi) e senza appalti diretti modello Bertolaso.


Ma non fateci più assistere a queste scene. I terremoti continueranno ad esserci e purtroppo anche la stupidità di quanti commentano senza conoscere nulla, l'avidità di quanti speculano su terremoti (e frane e alluvioni).

Lunedì prossimo, Presadiretta nella prima puntata della serie che si occuperà della morte di Giulio Regeni, aprirà con uno speciale sul terremoto.
Da giornalisti (veri) si porranno delle domande: "Perche così tanti morti? Perché così tante distruzioni? Si potevano evitare?".

04 agosto 2016

In vacanza assieme a due grandi

Quest'anno passerò i giorni di vacanza con due grandi della letteratura: Georges Simenon che mi racconterà la storia di Emile e Marguerite che non si parlano più se non attraverso bigliettini ("Il gatto" Adelphi ed).
E Leonardo Sciascia e i suoi scritti lasciati "A futura memoria" Bompiani (se la memoria ha un futuro)”.

Una storia di crudeltà familiari che Simonen ci fa vivere in prima persona.
E le battaglie di un intellettuale come lo è stato Sciascia, contro la mafia negli anni in cui era difficile schierarsi contro, essere anticonformisti.

Due storie per staccarsi dal presente (le banche, l'Isis, le piccole beghe politiche, i rifiuti di Roma ..) che forse permetteranno di vedere e giudicare il presente con la giusta distanza.
Senza farsi prendere dalla frenesia dei titoli dei giornali, col modello usa e getta delle notizie, che spesso ci impediscono di avere un'opinione più completa.

La violenza sulle donne o anche la guerra santa contro le donne, anche da parte di quei “estremisti cattolici” di cui ha parlato papa Francesco la scorsa settimana.
Donne uccide o violentate da uomini e che fanno notizia solo dopo, come un banale dato di cronaca, un numero da aggiungere alla sommatoria del “femminicidio”.
Forse dovremmo cambiare lessico, chiedeva ieri la filosofa Marzano.
E forse dovremmo stanziare più soldiper i centri antiviolenza che oggi, senza risorse sono costretti a chiudere.
Il governo, o meglio Palazzo Chigi quando ancora aveva la delega, aveva stanziato circa 16 ml per le regioni. Soldi che poi, molte regione, non hanno nemmeno speso. Regioni come la Lombardia (ma anche nel Lazio del centro sinistra), che poi apre il call center anti gender o dove poi si scoprono casi di violenza negli asili privati. Perché, grazie ad una legge regionale si può aprire un asilo con una autocertificazione.
Servono fondi per tutelare economicamente le donne e serve un'educazione sentimentale e sessuale dei ragazzi. Non voglio più leggere tweet di cordoglio, ministro Boschi, ma un'azione politica concreta.
E non voglio sentire più nemmeno un Salvini qualunque che insulta in quanto donna il presidente della Camera Boldrini.

L'Italia in guerra: se non ci fossero i servizi, puntuali, del Wall street journal sulle missioni americane in Mediterraneo nemmeno sapremmo (e nemmeno lo direbbe il ministro competente) che già oggi le basi italiane sono usate per missioni militari anti Isis (i famosi droni).
Il governo ha mandato militari lungo il confine turco siriano, ha mandato militari in Iraq e ora la Libia.
Far partire una guerra è facile. Portarla a termine più complicato. Esportare la democrazia con le armi, tirando in piedi governi fantoccio impossibile.

Il rischio Isis. Una notizia che ho sentito questa mattina nella rassegna stampa di Radio popolare: buona parte dei foreign fighters andati in Siria sono partiti dal Kosovo, un paese da nemmeno due milioni di abitanti dove è presente un nostro contingente militare.
Il Kosovo è, come la Libia, qui vicino e il radicalismo islamico si è rafforzato dopo la guerra civile in Bosnia, guerra dove l'Europa è in parte rimasta a guardare.

Le nomine Rai: è così spudorata la storia delle nomine dei direttori dei TG, in agosto, che ho poco da commentare.
Dico solo che cambiano i governi, ma la Rai rimane sempre cosa dei partiti, non servizio pubblico. E il M5S che ha accettato la vigilanza, è pure dentro il sistema.

Staccarsi dai titoli di prima pagina (“pronto il piano del governo”, “ecco il piano contro ...”) dal bombardamento di notizie, iniziare a filtrare cosa è notizia da ciò che solo spot (pro o contro). Iniziare a pensare, riflettere, meditare, ragionare.

E anche a oziare, riposare .. anche questo è importante, no?

03 agosto 2016

Morte dell'inquisitore, di Leonardo Sciascia

Pensa beni a la morti.
Al mondo non c'è niente rimedio.
Averti chi ccà dunanu tratti di corda e...
Sta in cervellu chi ccà dunanu la corda...
Vi avertu chi ccà prima dunanu la corda...
Fu cuntu chi vinisti ora.
Innocens noli te culpare; Si culpasti, noli te excusare; Verum detege, et in D.no Confide.
Fari asino. Mors, ubi est victoria tua?

Innocente non accusarti; se ti accusi, non giustificarti; rivela la verità, e non confidare nel Signore.(Graffito scoperto da Giuseppe Pitré in una delle celle di Palazzo Chiaramonte-Steri, sede dell'Inquisizione di Palermo, e riportato nell'incipit dell'opera)

In “Morte dell'inquisitore” Leonardo Sciascia affronta il tema della santa inquisizione in Sicilia, nel XVII secolo quando era sotto il dominio della cattolicissima Spagna: per questo lavoro ha consultato gli archivi del Sant'Uffizio (gli atti del Sant’Uffizio siciliano vennero fatti divorare dalle fiamme dal marchese Domenico Caracciolo, viceré di Sicilia, il 27 giugno 1783) ricostruendo una storia lunga secoliche, dal 1487 al 1782, portò sul rogo ben 234 persone, senza contare i condannati a pene minori, gli inquisiti e tutti coloro che, per i motivi più disparati, avevano avuto a che fare con gli inquisitori cristiani.

Sciascia parte da un episodio storico: la morte dell'inquisitore Giovanni Lopez de Cisneros, ucciso in cella dal frate Diego la Matina, racalmutese anche lui, mentre era ai ferri, nelle celle dell'inquisizione per le sue idee, eretiche.
L'episodio da il la per raccontare cosa è stata l'inquisizione in Sicilia, “un'offesa alla ragione umana e al diritto”, per raccontare la storia di questo frate entrato, dopo la sua morte, nelle leggende siciliane diventando una sorta di Robin Hood, come tanti altri briganti che rubavano ai ricchi per un desiderio di giustizia:
Il fatto è che l'uccisione dell'inquisitore e l'identità dell'uccisore erano ormai entrati in una leggenda quasi clandestina: con quelle varianti, quegli stravolgimenti, quelle dispersioni di cui sono oggetto, nel trascorrere nel tempo, gli avvenimenti eccezionali. Nella fantasia e nel sentimento del popolo, fra Diego era diventato un brigante: calato nella serie che da secoli dura ininterrotta, fino a Salvatore Giuliano, uno di quegli uomini pacifici cui l'onore familiare o il bisogno arma improvvisamente la mano, e si levano alla vendetta”.

La Matina, agostiniano aveva avuto a che fare con l’inquisizione siciliana in diversi momenti della sua vita: arrestato la prima volta nel 1644, poi nel 1645, poi nel 1646. Dopo pronuncia di abiura fu liberato ma tornò in galera nel 1648 per restarci.

Giustizia, intesa come il desiderio di un mondo più giusto: forse proprio questa
La colpa più grave che costò a frà Diego La Matina i tanti processi, nasceva secondo Sciascia, da questa sua idea di giustizia, intesa come il desiderio di un mondo più giusto.
Questo faceva paura della sua parola, il suo “tenace concetto” che si riassume nell'idea di un Dio ingiusto, ma dove l'accusa non è rivolta al Dio, ma è “ rivolta contro l’ingiustizia sociale, contro l’iniquità, contro l’usurpazione dei beni e dei diritti, egli sia pervenuto, nel momento in cui vedeva irrimediabile e senza speranza la propria sconfitta, e identificando il proprio destino con il destino dell’uomo, la propria tragedia con la tragedia dell’esistenza, ad accusare Dio. Non a negarlo, ma ad accusarlo”.

Non era un uomo rozzo il frate, la sua eresia non era quella dell'ignorate:
disputava coi primi teologi di Palermo; per mesi, per anni, tra le blandizie e sotto la tortura, respinse le loro persuasioni, rispose con le sue alle loro ragioni. E nelle ultime ore della sua vita ne straccò addirittura dieci: dieci dotti teologi, ristorati di tempo in tempo dalla cucina e dalla cantina dell'alcaide, furono straccati da un uomo il cui corpo e la cui mente avevano subìto per quattordici anni durissime e atroci prove; da un uomo che da mesi, e ancora in quel mo-mento, e fino alla morte per fuoco che tra qualche ora avrebbe avuto, stava legato con ceppi di ferro ad una forte sedia di castagnolo”.

Il suo rogo considerato dagli inquisitori “spettacolo generale della fede” avvenne nel 17 marzo 1658, al termine di un processo che concludeva anni di prigionia e di tortura. Dopo la notte passata a sfidare i nove (o dieci) teologi che si alternarono attorno a lui per stroncarne la ragione.
Non nasconde Sciascia la sua ammirazione nei confronti di questo frate: non un eretico dunque “.. noi abbiamo scritto queste pagine per un diverso giudizio sul nostro concittadino: che era un uomo, che tenne alta la dignità dell'uomo”.

L'inquisizione ebbe termine nel 23 marzo del 1782, per mano dell'illuminato vicerè Caracciolo e l'anno successivo, nel giugno del 1783 a finire sul rogo furono gli archivi stessi del Santo Uffizio (solo quelli delle cause di fede):
.. insieme a tutte le denunzie, i processi, i libri, le scritture dell'archivio propriamente inquisitoriale, cioè delle cosiddette cause di fede (mentre un secondo archivio, delle cause forensi, di materia civile o comunque non attinenti alla fede, veniva salvato nell'interesse del re). La distruzione dell'archivio, attesta un aristocratico cronista, incontrò il comune applauso, stante ché se tali memo- rie, che Dio liberi, fosser per avventura venute fuori, sarebbe stato lo stesso che macchiare di nere note molte e molte famiglie di Palermo e del regno tutto, cosi del rango de' nobili, che delle oneste e civili. E pare evidente che il cronista si preoccupasse più per i nomi dei denunzianti, che potevano venir fuori da quelle carte, che per quelli degli inquisiti: poiché il santo tribunale doveva aver avuto una così vasta rete di spie (tra i nobili, tra i civili, tra gli onesti) da fare impallidire al confronto quella dell'Ovra.”

Dunque, il sospetto è che più che a difendere questioni di fede, la Santa Inquisizione fu piuttosto uno strumento politico, per bloccare l'emancipazione intellettuale dell'isola, gli spiriti liberi, laici: il Sant'Uffizio rappresentava “l'inflessibile ferocia di una fede che proclamava di ispirarsi alla carità, alla pietà, all'amore”.
E' un tema, quello dell'inquisizione, che ha molto interessato Sciascia, tanto che nella prefazione del libro scrive che questo “è un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa”.
Perché l'inquisizione non è finita col rogo del 1783: ancora oggi (dove l'oggi di Sciascia era la fine degli anni '60) “appena si dà di tocco all’Inquisizione, molti galantuomini si sentono chiamare per nome, cognome e numero di tessera del partito cui sono iscritti”.

Parole quanto mai attuali anche oggi, dove viviamo la politica come un qualcosa di dogmatico o, peggio ancora, da tifo da stadio.

La scheda del libro sul sito di Adelphi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Without representation

Il governo si appresta a dare l'ok all'ingresso in guerra contro l'Isis in Libia, schierandosi dalla parte del governatore Serraj. Il ministro Gentiloni fa sapere che se chi chiederanno le basi di Aviano e Sigonella daremo l'ok.
Il Parlamento, ovvero i nostri rappresentanti (per modo di dire) verrà avvisato e potrà votare.

Il ministro Delrio ha lanciato la proposta ai sindaci targati PD per creare i comitati del SI (oltre a quelli di Verdini). E i cittadini di quei comuni, magari pure elettori PD che volessero votare no? 

Come ai bei tempi di B. (e diversamente da quanto aveva promesso), la Rai rimane saldamente nelle mani dei partiti, anzi, dell'esecutivo.
Le ultime (proposte di) nomine, in vista della lunga campagna elettorale per il referendum, hanno portato alla sostituzione del direttore del TG3 Berlinguer (e qualche altro direttore, come foglia di fico). E gli spettatori non renziani (non ancora)? No representation.

A proposito di referendum sulla Costituzione, ieri all'improvviso è stata ritirata fuori dal presidente del Consiglio in risposta alle frasi oltraggiose del presidente turco Erdogan: prima ha minacciato di far saltare l'accordo con l'Europa sui profughi, per la questione dei visti. Poi ha minacciato l'Italia di ritorsioni, per l'inchiesta che coinvolge il figlio Bilal, vicenda partita dalla tangentopoli del Bosforo.
Inchiesta insabbiata grazie all'allontanamento dei magistrati.
"I pm italiani rispondono alla Costituzione" dice. La stessa Costituzione che è stata riscritta in peggio dallo stesso governo.

I magistrati rispondono alla Costituzione e non all'esecutivo. A meno che non si occupino di Tempa rossa, dell'Ilva, di Fincantieri, degli ulivi pugliesi, dei guai della famiglia Alfano, di mafia e politica, di trattativa stato mafia. In quel caso devono rispondere ad altri interessi, ad altre ragioni.
E le vittime della mafia, i lucani e i rischi ambientali dell'oleodotto della Total, la salute dei tarantini ...?

No taxation without representation era il motto dei ribelli (agli occhi degli inglesi) americani.
E riguardo alla rappresentazione dei cittadini italiani come siamo messi?

02 agosto 2016

Eppure erano così solide

Strana materia la finanza, specie quella applicata alle banche: lo stress test certifica la solidità delle banche italiane eccetto MPS, ma poi le borse vanno giù proprio per colpa delle banche "solide".
Erano così solide..
E mentre le banche vanno giù, ci tocca assistere anche al battibecco tra i due presidenti del Consiglio che si scaricano a vicenda le responsabilità.

Bologna 2 agosto 1980 - il messaggio della bomba


Quella bomba ha spostato l'asse di rotazione di tutto quello che li circonda e spedito un messaggio che non ha bisogno di interpretazioni. La polvere si alza e prima che si posi, al riparo nel fumo le cose cambiano. All'apparenza in modo impercettibile, in realtà completamente. Basta poco, uno spostamento infinitesimale, perchè due pezzi che prima non combaciavano finiscano per aderire perfettamente. [..]E' successo ogni volta che ne hanno avuto bisogno. La stessa identica reazione, il fragore di una bomba è capace di trasformare il rumore in un silenzio,la confusione in tranquillità.“La paura è il miglior anestetico del mondo” sussurra alla stanza vuota.È l'emergenza che costruisce il futuro, non la collaborazione. Un'emergenza lunga , progressiva, incessante con cui senza sbavature è stato possibile tenere dritto il timone, lasciare che la nave viaggiasse sempre nella giusta direzione e che i fari si accendessero soltanto al momento opportuno, mostrando quello che poteva essere mostrato.Un tempo per l'aggiustamento che era servito, avevano dovuto promettere la testa della democrazia. Insinuare che fosse possibile demolire uno stato debole per sostituirlo con qualcosa di diverso, che avrebbe eliminato ogni ostacolo, tutto il marciume. E fatto diventare i rossi solo un ricordo confuso di giorni che forse non erano esistiti mai.Nessuno lo aveva pensato veramente, se non per un breve periodo. Era più conveniente minacciare che eseguire. Lasciare che il funambolo camminasse sul filo senza rete di protezione, per il più lungo tempo possibile. Che sapesse di poter cadere, piuttosto che procurarne la caduta.Era servito, anche in quell'occasione la paura aveva fatto il suo dovere. Non è necessario costringere la gente, basta incanalarla nella direzione giusta.
Patrick Fogli - Il tempo infranto (la bomba è quella scoppiata alla stazione, alle 10.25 del 2 agosto 1980)

01 agosto 2016

La strage di Bologna - l'intervista di Gianni Barbacetto al giudice Mastelloni

Ad ogni anniversario della strage di Bologna spuntano le rivelazioni su nuove piste e nuovi responsabili per la bomba. Piste e responsabili che spesso si sono rivelati sbagliati o, peggio, dei depistaggi.
Nei giorni scorsi ho scritto e commentato dell'ultimo libro sulla bomba alla stazione: il saggio uscito per Chiarelettere di Rosario Priore e Valerio Cutonilli "I misteri di Bologna".

Oggi sul FQ Gianni Barbacetto (autore tra gli altri del libro "Il grande vecchio" sulle stragi e sui segreti italiani) intervista il giudice Carlo Mastelloni, che nel passato aveva indagato sul disastro di Argo 16 e sui contatti tra Br e Olp per lo scambio d'armi.
Diversamente da Priore, Mastelloni ha pochi dubbi sull'origine della bomba e sui responsabili: sono stati i neofascisti dei Nar, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.
Se quest'intervista cancella la tesi dei due autori del libro, ciò non toglie che il contesto internazionale degli anni a cavallo tra i '70 e gli '80 è ben descritto e contribuisce a chiarire tante altre storie tragiche avvenute in quegli anni (come l'abbattimento dell'aereo dell'Itavia, la strage di Ustica).

E' la più grave delle stragi italiane: 85 morti, 200 feriti. È anche l’unica con responsabili accertati, condannati da sentenze definitive: Valerio Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini. Esecutori materiali appartenenti ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari. La strage di Bologna del 2 agosto 1980, ore 10.25, è anche l’unica per cui sono state emesse sentenze per depistaggio: condannati due uomini dei servizi segreti, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, e due faccendieri della P2, Licio Gelli e Francesco Pazienza.
I depistaggi: fanno parte della storia delle indagini sull’attentato di Bologna (come di tutte le stragi italiane, a partire da piazza Fontana) e arrivano fino a oggi, dopo che sono passati 36 anni. Malgrado le sentenze definitive che attribuiscono la responsabilità dell’attentato ai fascisti nutriti dalla P2, sono continuamente riproposte altre spiegazioni, fantasmagoriche “piste internazionali”.

La pista palestinese, più volte presentata in passato, anche da Francesco Cossiga, torna alla ribalta oggi aggiornata dal magistrato che ha indagato sulla strage di Ustica, Rosario Priore. Continua a resistere la pervicace volontà di non guardare le prove raccolte in anni d’indagini e allineate in migliaia di pagine di atti processuali, per inseguire le suggestioni evocate da personaggi pittoreschi e depistatori di professione. Del resto Fioravanti e Mambro, che pure hanno confessato decine di omicidi feroci, continuano a proclamare la loro innocenza per la strage della stazione: non possono e non vogliono accettare di passare alla storia come i “killer della P2”. La definizione è di Vincenzo Vinciguerra, protagonista dell’altra strage italiana per cui c’è un responsabile condannato, quella di Peteano. Ma Vinciguerra ha denunciato se stesso e ha orgogliosamente rivendicato l’azione di Peteano come atto “di guerra politica rivoluzionaria” contro uomini dello Stato in divisa. Su Bologna, sulle 85 incolpevoli vittime, sui 200 feriti, invece, 36 anni dopo restano ancora all’opera i dubbi, le menzogne, i depistaggi.

Non ha dubbi: “Cominciamo a mettere le cose al loro posto: la matrice neofascista della strage di Bologna è chiara”. Carlo Mastelloni è dal febbraio 2014 procuratore della Repubblica a Trieste. Non dà credito alla pista internazionale per l’attentato: il giudice Rosario Priore, in un libro scritto con l’avvocato Valerio Cutonilli, spiega la strage con una pista palestinese.
Non l’ho mai condivisa”, dice Mastelloni. In estrema sintesi, secondo i sostenitori di questa ipotesi, la Resistenza palestinese avrebbe compiuto la strage come ritorsione per l’arresto nel novembre 1979 di Abu Saleh, uomo del Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp), componente radicale dell’Olp di Yasser Arafat, fermato in Italia con tre missili terra-aria tipo Strela insieme a Daniele Pifano e altri due esponenti dell’Autonomia romana. La strage come vendetta per la rottura da parte italiana del cosiddetto “Lodo Moro”, cioè dell’accordo di libero transito in Italia dei guerriglieri palestinesi, in cambio della garanzia che sul territorio italiano non avrebbero compiuto attentati.
Quella pista”, ricorda Mastelloni, “si basa sul fatto che a Bologna la notte prima della strage era presente Thomas Kram; tuttavia,all’elemento certo di quella presenza si è aggiunto il nulla indiziario”. Kram è un tedesco legato al gruppo del terrorista Carlos, lo Sciacallo. Nuovi documenti, ancora secretati perché coinvolgono Stati esteri, sono stati di recente acquisiti dall’attuale Commissione parlamentare d’inchiesta sull’assassinio di Aldo Moro: proverebbero che gli accordi con la Resistenza palestinese hanno tenuto almeno fino all’ottobre dell’80, assicura lo storico Paolo Corsini, che ha potuto leggere quelle carte in qualità di componente dell’organismo parlamentare.

Racconta Mastelloni: “Quando il vertice del Sismi (il servizio segreto militare erede del Sid) dopo l’arresto di Pifano e degli altri fu costretto a rivelare la persistenza del Lodo Moro a Francesco Cossiga – che già ne era stato sommariamente informato attraverso le lettere inviate da Moro prigioniero nella primavera 1978 – questi andò su tutte le furie.
Soprattutto dopo aver appreso che il transito dei missili era stato accordato al capo dell’Fplp George Habbash dal colonnello del Sid Stefano Giovannone”. La furia di Cossiga, i contatti di Giovannone.
In quei mesi Cossiga era presidente del Consiglio. “Appunto. E si arrabbiò moltissimo. Di qui l’atteggiamento furioso di Habbash che rivendicò i missili e la copertura datogli “dal governo italiano” che lui evidentemente identificava in Giovannone, capocentro Sismi a Beirut. Conosco un po’ la personalità di Cossiga: gli piacevano assai certi intrighi internazionali e poi credeva di avere le stesse capacità strategiche di Moro. Per questo è assai facile che il Lodo abbia tenuto fino a tutto il 1980, almeno fino alla conclusione del mandato di Cossiga. È però da escludere che di fronte a una strage come quella di Bologna il Lodo Moro potesse essere idoneo a coprire il fatto. Mi si deve poi spiegare quale utilità avrebbe mai conseguito il Kgb – che aveva avuto alle sue dipendenze Wadi Haddad fino al 1978, così come nella sua orbita si trovava Habbash e lo stesso Arafat capo dell’Olp – colpendo la rossa Bologna”.
Cossiga arrivò a dire, in un’intervista al Corriere del giugno 2008, che la strage fu la conseguenza un transito di esplosivo finito male. “Non è assolutamente plausibile. L’esplosivo usato per l’attentato poteva esplodere solo se innescato, non per altri fattori accidentali. La strage fu causata dalla deflagrazione di una valigia riempita con circa 20 chili di Compound B, esplosivo di fabbricazione militare in dotazione a istituzioni come la Nato”.
Priore sostiene che l’Fplp di Habbash aveva una così forte influenza su Giovannone e, tramite questi, sul governo italiano, da pretendere che le nostre autorità rifiutassero a statunitensi e israeliani di esaminare i missili Strela sequestrati.
Il dottor Habbash è stato un capo carismatico ma, francamente, penso che i nostri alleati non avessero bisogno di analizzare gli Strela che già conoscevano. Le rivelo che spesi ogni energia –tante missive di richiesta allo Stato maggiore dell’esercito – per avere notizia dei missili sequestrati e poi inviati agli organi tecnici dell’Esercito. Dove si trovavano? Silenzio. Mi fu poi detto nel 1986, dal generale Vito Miceli, che erano stati spediti agli americani per le analisi”. L’ipotesi è che il destinatario ultimo dei missili sequestrati fosse niente di meno che il terrorista Carlos, che stava progettando un’azione clamorosa, un attentato contro i leader egiziano Sadat.
Lo escludo. Nel 1979, Carlos già da anni era stato espulso dal circuito di Fplp. Penso che quei missili fossero in transito e che gli autonomi arrestati si sarebbero dovuti limitare a trasportarli, probabilmente fino al confine svizzero. Si trovava infatti in Svizzera quella che io chiamo ‘la testa del motore’, e cioè la centrale del terrorismo palestinese. Mi pare che proprio in quel periodo a Ginevra fosse in programma un’importante conferenza internazionale cui doveva partecipare Henry Kissinger, da anni obbiettivo del Fplp. Carlos aveva assunto il comando dell’organizzazione poi chiamata Separat, vicina ai siriani, e quindi all’Unione Sovietica. Escludo perciò che Carlos avesse bisogno proprio dei due missili di Habbash così come escludo che quest’ultimo si mettesse ‘nelle mani’ di Carlos per compiere un attentato eclatante nella rossa Bologna” .
È dunque solida, da un punto di vista giudiziario,la matrice fascista della strage di Bologna.
Sì. Ricordiamoci innanzitutto il luogo e il contesto: agli inizi degli anni Ottanta, Bologna era ancora la capitale simbolica del Pci. Finiti gli anni del compromesso storico e degli accordi con la Dc, Enrico Berlinguer riposizionò il Partito comunista all’opposizione”.
Tanti i testimoniche parlano di Giusva
Responsabile della strage, per la giustizia italiana, è il gruppo dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari di Valerio Giusva Fioravanti.
Lo provano le testimonianze di militanti di primo piano dei Nar: da Cristiano Fioravanti a Walter Sordi, da Stefano Soderini a Luigi Ciavardini. Ma decisiva appare nel contesto della strage la vicenda dell’omicidio Mangiameli. Francesco ‘Ciccio’ Mangiameli, leader nazionale di Terza Posizione, fu indicato dal colonnello Amos Spiazzi nell’agosto del 1980 come coinvolto nell’attentato. Nel settembre dello stesso anno, Mangiameli venne eliminato dai fratelli Fioravanti, Francesca Mambro e Giorgio Vale a Roma, dopo essere stato attirato in una trappola. Omicidio inspiegabile, se non con il pericolo che ‘Ciccio’ rivelasse quello che sapeva sulla strage di Bologna ”.
Giusva Fioravanti e Francesca Mambro erano stati a Palermo, da Mangiameli, nel mese di luglio 1980, per pianificare l’evasione di Pierluigi Concutelli, capo militare di Ordine nuovo.
Sì. Ed è proprio per paura di quanto avevano appreso durante quel viaggio in Sicilia che Giusva era deciso a eliminare anche la moglie e la bambina di Mangiameli. Questo lo ha raccontato il pentito Cristiano Fioravanti, fratello di Giusva”.
Cristiano Fioravanti è un personaggio drammatico, grande accusatore del fratello Giusva. È un personaggio credibile?
Certamente sì. In diverse confidenze fatte nel carcere di Palianolo si evince dalle dichiarazioni di Sergio Calore e Raffaella Furiozzi – e in parziali confessioni rese alla Corte d’assise di Bologna, poi ritrattate ma solo su fortissime pressioni del padre dei fratelli Fioravanti, Cristiano ha additato il fratello come responsabile della strage che, nelle intenzioni, non avrebbe dovuto assumere dimensioni così devastanti”.
In aggiunta c’è la testimonianza di Massimo Sparti.
Ed è molto importante. Sparti parla di una richiesta urgente di documenti falsi per Francesca Mambro avanzata da un Valerio Fioravanti molto preoccupato che la ragazza fosse stata riconosciuta alla stazione di Bologna. Inoltre, è assolutamente certo che Giusva e Francesca volevano eliminare Ciavardini per aver fatto incaute rivelazioni il 1° agosto alla fidanzata. Stefano Soderini era già stato mobilitato per l’eliminazione del giovane, allora minorenne e ferito in uno scontro a fuoco durante un’azione dei Nar. Non le pare abbastanza per considerare definitiva la matrice fascista della strage?”.

Quella grande lapide con 85 nomi
Alcuni ritengono però che in tutta la vicenda processuale sia apparsa indeterminata, se nonassente, la figura dei mandanti e la motivazione profonda per la strage.
Resta un buco di ricostruzione storica. Ma nessuno può levarmi dalla testa che le continue e pervicaci campagne volte ad accreditare l’innocenza degli attentatori materiali neofascisti non hanno avuto altro esito – anche dopo la sentenza definitiva della Cassazione – che allontanare ancora di più la ricerca dei mandanti e dei loro scopi”.

Oggi resta intoccabile quella grande lapide (“Vittime del terrorismo fascista”) all’interno della stazione, con i nomi degli 85morti di Bologna. “Sì, e aggiungo una cosa: quella lapide è tuttora scomoda per parecchi ambienti”