24 gennaio 2017

Indignati per la vignetta

Quanto ci siamo indignati per la vignetta di Charlie Hebdo sulla tragedia di Rigopiano..
Una vignetta banalotta, per dirla tutta, come quelli che pensano di far ridere disegnando un pene su un foglio bianco.
Va bene che siamo tutti Charlie, ma non questo non autorizza a raccontare in modo superficiale certe tragedie.

Ma non possiamo fermarci qui.
Alla solita difesa degli eroi, i volontari della Protezione civile, i vigili, i militari che scavano da giorni, a tutte le ore, sotto la neve che ha sepolto l'hotel a Rigopiano.
Non possiamo dirci che è stata solo una fatalità, come ha fatto in parte intendere il ministro Delrio ieri sera ad Otto e mezzo.

Perché ora, il sistema della protezione civile sta funzionando bene.
Ma prima?
L'allarme inascoltato dalla prefettura.
Il resort costruito sopra una zona di detriti di altre frane (anche al Vajont, il bacino artificiale era sopra una zona su cui erano già avvenuto altre frane nel passato).
Il black out dell'Enel e la gente che è rimasta senza luce e riscaldamento per giorni.
I vigili del fuoco accrosi a Rigopiano nella notte tra il 22 e il 23 scavavano a mani nude, non avendo a disposizione guanti termici (lo denuncia un responsabile dell'USB pompieri).
Ci ricordiamo dei nostri eroi solo nelle tragedie, ma sono le stesse persone, gli statali, che sono poi denigrati nel resto dell'anno.
Contratti precari e salari tra i più bassi in Europa.
Statali come i medici di Nola, che pure lavoravano per terra, pur di dare un servizio.

Ecco, indignamoci pure per quella vignetta. Ma non dimentichiamoci il resto.

Presa diretta – caos scuola e i centri antiviolenza

Il caos Scuola, Regeni, gli albanesi, la rete di protezione per le donne.
Puntata interessante, quella di Presa diretta, che è cominciata con l'intervista con la leader di AFD: il partito anti immigrati tedesco che sta mettendo in crisi la CDU in vista delle prossime elezioni di settembre.
Frauke Petry è una delle prime politiche che si è congratulata con Trump: la vittoria contro l'establishment, i cittadini che si ribellano, in America e in Inghilterra per la Brexit.
Decisioni comprensibili, in nome della sovranità nazionale, dice la politica tedesca: dobbiamo impedire che si crei una sovrastruttura europea sopra gli stati.
Anche la Germania dovrebbe uscire dall'Europa?
Dobbiamo riscrivere l'Europa e rivedere l'euro, riconoscendo che non ha funzionato: una volta i paesi potevano svalutare la moneta locale nei momenti di crisi.
Dobbiamo dividere l'Europa in blocchi, in questa Europa riscritta “sul foglio bianco”, quelli del sud che hanno problemi coi debiti e anche per quelli del nord.

Faremo a meno anche di Shengen, perché in Europa sono entrati molti criminali per queste regole.
Accanto ai partiti tradizionali sono cresciuti partiti come quello di Le Pen o di Salvini.
Alle prossime elezioni i temi della campagna elettorale saranno la lotta agli immigrati irregolari, i centri di accoglienza fuori dai confini: occorre dare un segnale contro gli immigrati regolari.
Basta nuove moschee e basta con la circoncisione.
Le correnti islamiche in Europa metteranno in difficoltà la nostra cultura di diritto: non c'è stata alcuna integrazione anche coi vecchi immigrati, che poi sono quelli che fanno più figli rispetto ai tedeschi.
L'Europa sta mettendo in crisi i suoi valori dell'illuminismo, i suoi valori di secolarizzazione.
E le moschee? Sono solo un simbolo – risponde la leader di AFD.

Il fronte anti migranti sta mobilitando l'estrema destra ma anche tanti ex elettori della CDU: in quest'ultimo anno ci sono tanti attacchi xenofobi contro gli immigrati.
Sempre colpa della politica dell'immigrazione fallimentare, risponde Petry.
Che non si sente di destra, basta con queste etichette.

Entreremo nel Bundestag tedesco e alle prossime elezioni prenderemo un voto a due cifre: si è incontrata recentemente, per una Europa dei popoli, con Salvini e Le Pen. Contro l'invasione dell'islam contro la perdita di identità ...
Che Europa ci aspetta?

Il caos scuola.
Come mai nemmeno le 85 mila immissioni di ruolo non sono riuscite ad evitare il caos nelle scuole?
Sottotitolo della riforma Buona scuola: “per far crescere il paese”. È cresciuto il mal di testa dei presidi, per il vuoto di organico.
Quest'anno mancano lo stesso insegnanti di sostegno, mettendo a rischio il diritto allo studio proprio per le persone più deboli.
Così, per protesta contro questo diritto negato, tutte le mamme con figli con handicap sono uscite dalla scuola, coi figli.
Alcune hanno fatto ricorso al TAR, e le cause le vinceranno contro lo Stato: non converrebbe di più assumere insegnanti (il 50% in meno a Roma) che non pagare per le cause allora?
Per la sentenza della Corte di Giustizia europea, l'Italia ha avviato un piano di assunzioni, per stabilizzare tutti i precari: nonostante queste assunzioni però mancano posti, perché molti di loro venivano da regioni del sud. Risultato: una parte di questi hanno scelto di rimanere al sud lasciando le cattedre scoperte al centro nord.

Ad assegnare i posti è stato un algoritmo informatico del ministero: ma questo non ha funzionato bene e ha causato molti problemi.
Troppi dati da incrociare, troppe graduatorie, troppe variabili: si sono create ingiustizie palesi, persone rimaste vicino casa pur avendo punteggi bassi, altre spostate di centinaia di km.
La formula dell'algoritmo è rimasta coperta: nemmeno i sindacati hanno potuto accedere agli atti delle assegnazioni.
Il ministero ha quantificato in circa 7000 le contestazioni arrivate e si dovrebbe capire chi ha sbagliato: se in HP (che ha vinto l'appalto col MIUR assieme a Finmeccanica) oppure se dentro il ministero, che ha pagato 400mila euro al fornitore.
“Qualcosa non ha funzionato” ha ammesso lo stesso ex premier Renzi.
Nessun problema, invece per l'allora ministro Giannini: le cattedre disponibili sono di più al nord, si era difesa.
Nessuna deportazione, come sostengono molti insegnanti spostati dal sud verso il nord: 3200 pugliesi dovevano finire al nord, ma molti di loro sono rientrati al sud, grazie anche ad un emendamento dell'onorevole Puglisi.
Dovevano accettare il posto e non essere troppo schizzinosi?
Un'insegnante che doveva spostarsi a Como, Vittoria Rosario, ha raccontato i suoi problemi nel trovare una casa in affitto: quando ti chiedono 1400 euro, come fai con lo stipendio che prendono?

Ora il ministero dovrà risarcire gli insegnanti e pure pagare le supplenze: a novembre in molte classi non si conoscevano ancora i nomi per i posti scoperti.
Solo alle elementari, al nord, ci sono 2200 posti, ma lo stesso problema c'è a Roma: le graduatorie ad esaurimento che dovevano scomparire, esistono ancora e ora queste persone stanno tappando i buchi.

Senza rete: cosa stiamo facendo per contrastare la violenza contro le donne?
Presa diretta ne ha parlato già nel passato, ma se si riparla di violenza di genere è perché la distanza tra i proclami e i fatti è tanta.
Mancano i fondi per i centri anti violenza, che sono costretti poi a chiudere: questo è troppo per noi.

L'inchiesta di Elena Stramentinoli è partita da Sassari, dall'omicidio di Anna Doppiu: tramortita dai colpi del marito e poi bruciata viva, con la benzina.
Davanti al figlio.
È stata uccisa perché voleva separarsi dal marito: è stata la 115 esima donna uccisa dal marito o dall'ex, alla fine del 2016 sono state 118.
Drappi rossi, come quelli appesi dai balconi per testimoniare della violenza contro le donne: il presidente Boldrini e anche Renzi avevano preso degli impegni.
Dovevano arrivare altri 19ml di euro, per i centri antiviolenza: nel biennio 2013-14 sono arrivati meno dei 20 ml promessi e non erano nemmeno vincolati al fine della violenza di genere.
I soldi di cui ha parlato Renzi facevano riferimento anche all'imprenditoria femminile, dei 16 ml per i centri, solo qualche migliaio di euro sono stati spesi.
Il piano di azione straordinario contro la violenza, che scadrà quest'anno, non è stato attuato: la violenza contro le donne non è un fatto straordinario – dice l'avvocato Carrano.
Dei 188 centri antiviolenza servono milioni di euro, non spicci: in questi anni hanno salvato letteralmente molte donne dalla morte.
Perché non basta denunciare: se poi devi tornare a casa, non vai a denunciare, devi subire e stare zitta.
“Mi sento una donna senza diritti .. se lui mi aggredisce, io non mi difendo”: è la lettera di Irene, letta da una delle donne del centro antiviolenza di Cosenza.
La nuova sede è in comodato d'uso: qui sono arrivati 26mila euro dal fondo nazionale e 20000 euro dalla regione. E basta per il 2016.
Così la casa rifugio l'hanno dovuta chiudere.

E se rimangono in piedi è grazie a fondi privati, come succede a Viterbo: niente fondi statali e regionali, perché il centro è sparito dalla mappa dei centri a livello nazionale (per colpa della regione).
Senza altri aiuti, nel 2017 dovranno chiudere.

Pochi fondi, mal distribuiti, insufficienti, spesso mai arrivati.
Una situazione migliore si registra a Bologna: qui le battaglia a tutela delle donne sono state sostenute dal comune, anche perché nelle istituzioni erano presenti molte donne.
I soldi sono arrivati, dalla regione, ma non dallo Stato: eppure anche la violenza domestica ha un costo per lo Stato (i processi, i minori, gli affidamenti..).
La regione quest'anno ha deciso di investire un altro milione di euro in questo settore: pubblico e privato che lavorano assieme nel sociale per combattere la violenza contro le donne.

E poi ci sono i bambini, quelli che hanno assistito alle violenze, per anni.
E che si porteranno dentro un trauma, che distruggerà la loro identità personale (l'incapacità di disegnarsi per esempio), le paure.
Oppure, apprendono i comportamenti cattivi del padre e li riproducono nel centro.
Gli orfani poi, per il trauma subito, avrebbero pure bisogno di cure particolari, ma lo Stato non lo riconosce. I genitori affidatari, così, rimangono spesso da soli, senza un supporto di uno psichiatra.
E ora, qualcuno nel governo, dovrebbe rispondere politicamente di questo: non credo che andremo in crisi se impegniamo qualche milione per questo tema. 

23 gennaio 2017

La scuola, la rete di protezione per le donne, gli albanesi e Regeni

Sono tanti i temi che verranno affrontati nei servizi di Presa diretta di questa sera.

Si cominvia dal caos scuola: la “Buona scuola” è una delle riforme di cui l'ex presidente Renzi si vantava.
Nata per stabilizzare gli insegnanti precari (anche su pressione dell'Unione Europea, che ci avrebbe sanzionato).
Il modello che ne è nato ha però causato dei disagi, per l'allocazione degli stessi insegnanti nelle nuove sedi, spesso distanti centinaia di km da casa.
Di studenti che in questi anni hanno continuato a cambiare docenti e di cattedre ancora vuote (specie per gli insegnanti di sostegno).
Anche questo sarà un anno difficile per gli studenti e per le loro famiglie.

La scheda del servizio:
Le telecamere di PRESADIRETTA tornano a occuparsi di scuola con l’inchiesta CAOS SCUOLA, di Alessandro Macina. Perché la scuola italiana vive un’eterna emergenza?Oltre 2 milioni e mezzo di studenti in Italia hanno cambiato insegnanti, quasi 1 insegnante su 3 ha cambiato cattedra, le carenze tra gli insegnanti di sostegno sono vicine al 50%. E poi il problema ormai cronico della “supplentite”, da settembre a oggi ne sono stati chiamati già 80mila.Tutto questo, nell'anno del piano straordinario di assunzioni messo a punto dalla Buona Scuola. Come mai nemmeno le 85mila immissioni in ruolo, che dovevano dare una cattedra stabile ai precari storici, sono riuscite a far diminuire i supplenti?Si è creato un clima di tutti contro tutti: nord contro sud, neoassunti contro precari in attesa di assunzione, docenti che hanno accettato il trasferimento lontano da casa contro quelli che lo hanno contestato. E poi, cosa c’è dietro il mistero dell’algoritmo responsabile dei trasferimenti in massa dei docenti da sud a nord? Perché il Ministero non ne ha voluto rendere pubblica la formula matematica?Quello che è iniziato a settembre verrà ricordato come l'ennesimo anno nero per la scuola italiana.


La violenza sulle donne: del tema della violenza sulle donne se ne era già occupata una puntata di Presa diretta, diventata anche un libro per Chiarelettere “Se questi sono gli uomini”.
Il servizio si chiamava “La strage delle donne”: strage, perché parliamo di centinaia di omicidi che “fanno rumore” solo nell'immediatezza dell'evento, poi basta.
Donne uccise dal compagno, dall'ex, nella propria casa, magari.
Donne costrette a subire le minacce e le violenze (di cui spesso in molti sono a conoscenza nella cerchia familiare o nella cerchia delle conoscenze ma nessuno fa nulla), perché in assenza case sicure dove andarsene via, non hanno un altro posto dove andare.
SENZA RETE, di Elena Stramentinoli e Antonella Bottini. Che fine ha fatto il Piano Nazionale che doveva finalmente proteggere le donne italiane dalla violenza dei loro uomini?Le cronache continuano senza sosta a raccontarci dell’ennesimo omicidio, dell’ultima aggressione compiuta da un marito o da un fidanzato rifiutato, mentre i Centri Antiviolenza sono al collasso. A più di un anno dal varo del Piano Straordinario contro le violenze di genere, che stanziava 40 milioni di euro, ne sono stati spesi 6mila. Lo 0,02% dell’intera somma.A PRESADIRETTA un lungo viaggio da nord a sud per raccontare come la rete dei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio sia in grave sofferenza. Proprio i luoghi che spesso rappresentano l’unico presidio sul territorio in grado di aiutare e salvare le donne in pericolo. Fondi insufficienti, risorse tagliate, denaro che arriva a singhiozzo, sono le volontarie delle associazioni che il più delle volte tengono in vita i Centri mettendo mano al proprio portafoglio.
E poi ci sono le vittime dimenticate, sono gli orfani dei femminicidi, che sono spesso dei bambini che si ritrovano senza la mamma e con il padre in carcere. Sono 1628 e per loro non c’è ancora una legge che li tuteli.Intanto la strage delle donne non si ferma. Donne lasciate “Senza Rete” di protezione.

Gli albanesi: erano i primi anni '90, il muro di Berlino era appena caduto, la guerra fredda era finita e i regimi comunisti erano in fase di disfacimento.
Dall'Albania arrivavano queste navi, piene di facce smunte, disperate, persone che scappavano dal loro paese per arrivare qui in Italia, “Lamerica” come nel film di Gianni Amelio.
Anche all'epoca c'erano quelli che soffiavano sul fuoco dell'odio e della paura: con gli albanesi arriverà la mafia, la criminalità, le malattie.
“Albanesi tutti appesi” gridavano i ragazzotti molto fascisti nei cortei... Prima dei rom, prima degli immigrati musulmani ad invaderci erano gli albanesi.
Invece la storia è endata diversamente, molti di loro hanno trovato un lavoro messo su famiglia e sono poi diventati cittadini italiani.
E poi a PRESADIRETTA un reportage girato tra Italia e Albania per provare a rispondere a una domanda: CHE FINE HANNO FATTO GLI ALBANESI? Di Liza Boschin.Ricordate? Era il 1991, tutti i giorni in televisione vedevamo navi cariche di disperati, ammassati, infreddoliti, che cercavamo una speranza nel nostro paese. Anche allora si parlava di “invasione”. E oggi? A distanza di venticinque anni, che fine hanno fatto tutti quegli albanesi arrivati in Italia? E il bilancio è positivo o negativo?

Sempre in tema di immigrazione e razzismo, l'intervista di Riccardo Iacona alla leader del partito tedesco AFD (Alternativa per la Germania), Frauke Petry: dobbiamo dare un segnale agli immigrati irregolari (che per questo partito sono poi tutti gli immigrati alla fine) affinché siano scoraggiati dal venire in Europa – dice la giovane politica.
Ma non basta chiudere le frontiere per risolvere la fuga dei profughi dai luoghi di guerra come la Siria, dai luoghi dove governano dittatori sanguinari o dove sono presenti forme di terrorismo che fanno centinaia di morti (come nella Nigeria di Boko Haram).
Eppure, con queste idee, con questi slogan (prima noi), questo partito sta mettendo in crisi la CDU della cancelliere Merkel.
Nel nuovo appuntamento con le interviste di “IACONA INCONTRA” un faccia a faccia con Frauke Petry, la leader del più importante partito tedesco di estrema destra, “Alternativa per la Germania”. Alle ultime elezioni regionali il partito che guida da poco più di un anno ha incassato l’ennesimo successo elettorale perfino nella regione della Merkel. La Petry si candida a correre come futura Cancelliera, cavalca il sentimento antieuropeo, la lotta contro l’immigrazione e propone una Germania nazionalista e patriottica.

Si finisce con un tributo alla memoria di Giulio Regeni, il ricercatore italiano rapito e ucciso in Egitto il 25 gennaio dell'anno scorso.
Ne abbiamo sentite tante, troppe, di rassicurazioni (anche dall'allora ministro degli esteri Gentiloni, oggi Presidente del Consiglio).
Noi il nodo al fazzoletto lo abbiamo fatto e non ci siamo dimenticati (e nemmeno i giornalisti di Presa diretta).
E infine, un tributo speciale di PRESADIRETTA a Giulio Regeni, rapito al Cairo alle sette di sera del 25 gennaio di un anno fa e ritrovato il 3 febbraio morto, con il corpo martoriato dalle torture.PRESADIRETTA ripropone un estratto della lunga inchiesta di Giulia Bosetti sul racconto dei molti lati oscuri di questa vicenda, una toccante intervista di Riccardo Iacona ai genitori di Giulio, con le ultime novità arrivate dall’Egitto. Gli interrogativi che attendono risposte sono ancora tanti ultime novità arrivate dall’Egitto e i tanti interrogativi“CAOS SCUOLA”, “SENZA RETE”, “CHE FINE HANNO FATTO GLI ALBANESI?” e “CHI HA UCCISO GIULIO REGENI” sono un racconto di Riccardo Iacona con Liza Boschin, Giulia Bosetti, Antonella Bottini, Fabrizio Lazzaretti, Alessandro Macina, Raffaella Notariale, Elena Stramentinoli

Lotta alla mafia (anche quella che non si vede)

A Milano è arrivata la commissione parlamentare d'inchiesta, che assieme all'amministrazione milanese (e a quelle dei comuni dell'hinterland) ha discusso della questione Fiera di Milano (la DDA ha chiesto il commissariamento della struttura per le troppe infiltrazioni della ndrangheta negli appalti) e del caso Corsico.
Una volta, storie come quella del comune di Corsico (e di Cisliano..) si sentivano al sud: la sagra (lo stocco di Mammola) organizzata dal genero di un boss della ’ndrangheta e col beneplacito del comune, le intimidazioni in aula alla consigliere PD che denuncia la presenza delle 'ndrine, le intimidazioni ai commercianti nel mercato di Cisliano, le pericolose amicizie tra il sindaco e persone poi finite nelle carte delle inchieste  ..

Il sindaco (che ha rimandato la sagra) si è difeso in una intervista sul TG3 regionale, usando parole già sentite: "lasciamo fare i processi ai magistrati".
Che è un modo per nascondersi dietro l'azione giudiziaria nascondendo eventuali questioni politiche di opportunità.

Ecco, forse prima di parlare di intitolare una strada a Milano ad un politico condannato, dovremmo occuparci di questi problemi, a Milano. 
Dove la mafia, lo dice il Questore De Iesu, va colpita sui capitale, va fatta terra bruciata attorno, magari senza aspettare che intervenga la magistratura poi:
Ma non bisogna scambiare l’assenza di sangue per assenza di mafia. «Per niente. Le modalità di infiltrazione sono quasi liquide, si evolvono, si adattano al contesto. Al Sud l’approccio è più violento, ma non significa che i clan al Nord non siano ugualmente feroci». Le ultime inchieste hanno messo in luce le infiltrazioni nella Fiera. «Dobbiamo seguire i flussi economici. Bisogna prosciugare i soldi delle mafie, anche se non è facile. Perché il denaro è liquido... ma non c’è solo questo. il problema è che non esiste un algoritmo per scoprire la mafia».Cosa serve, allora? «La Dda da anni ha un database con tutti gli episodi come incendi d’auto, danneggiamenti a negozi o cantieri, episodi che sono reati “spia” della penetrazione mafiosa. Uno strumento preziosissimo. Così come fondamentali sono state inchieste come Infinito, condotta dai carabinieri, o quella sui Valle della polizia». Parliamo del 2010... «Ne sono seguite molte altre. Il contrasto da parte delle forze dell’ordine e dei magistrati non è mai mancato».Lei, da poliziotto, ha fatto parte delle commissioni straordinarie che hanno gestito i comuni di Ercolano e Casandrino, dopo lo scioglimento per camorra. In Commissione antimafia si è parlato della sagra organizzata a Corsico da parenti di un boss con il patrocinio del Comune. Il sindaco della città metropolitana Sala ha detto che la prossima settimana incontrerà il collega Errante, e chiederà conto di queste vicende. «Proprio per la mia esperienza, ho grande rispetto per gli amministratori locali. Non è facile. Ma esistono strumenti per difendersi dalle infiltrazioni. C’è la Prefettura alla quale rivolgersi al minimo sospetto. Non entro nel caso specifico, ma dico che chi vive in un territorio non può non cogliere queste sacche di criminalità».

22 gennaio 2017

Affari riservati – da Intrigo italiano di Carlo Lucarelli

Bologna - Inverno 1953.

Il commissario Achille De Luca è tornato: dopo cinque anni di naftalina (lo avevamo lasciato mentre si presentava al processo per aver collaborato con la polizia fascista, nel 1948 - “Via delle oche”), lo ritroviamo a Bologna (da dove lo avevamo lasciato), ma questa volta non nei panni di funzionario della PS, ma come spione di una branca dei servizi “civili”, ovvero del ministero dell'Interno.
A Bologna deve indagare sulla morte di Stefania Cresca, strangolata nella vasca del “trappolone”, l'appartamento dove il marito si incontrava con le amanti.
In questo passaggio, troviamo De Luca, il poliziotto più bravo d'Italia faccia a faccia col commendatore D'Umberto (un nome che ricorda molto da vicino Federico Umberto D'Amato, direttore dell'Ufficio Affari Riservati), che gli racconta come funzionano le cose, i giochi sporchi dei servizi:
Il commendatore smise di fissare il bombolone che De Luca aveva fatto a pezzi con le dita. Guardò il suo cappuccino, intatto e rappreso.- Non è che preferivi un caffè? - chiese. Fece cenno a Giannino, che tornò al bancone, poi si piegò in avanti, fissando De Luca attraverso le lenti massicce, due occhi rotondi, ingranditi dal vetro, che facevano ubriacare.- Non ci interessa sapere chi ha ammazzato il professore Cresca, non ce ne frega proprio niente. Vuoi sapere perché, ragazzo mio? Perché lo sappiamo. Siamo stati noi.
Il commendatore si tirò indietro, incrociando le mani sulla pancia. De Luca era rimasto così interdetto che non si accorse neanche della tazzina da caffè che Giannino gli aveva messo sotto il naso.- Noi? - disse, roco. - Come, noi … In che senso?Il commendatore indicò sé stesso, poi fece un gesto circolare con il dito grassoccio che sembrava comprendere tutto, De Luca, Giannino, il bar, Bologna e il resto del mondo.- Il nostro servizio, - disse, - noi.- E perché?- Perché ce l'hanno chiesto gli americani. Lo mangi, quello?De Luca scosse la testa, istintivamente, e il commendatore prese il suo bombolone.- Avevano paura che passasse con i russi, - disse, a bocca piena, - o che si facesse troppo gli affari suoi. C'è una guerra, ragazzo mio, la chiamano «fredda» ma è sempre una guerra e i cervelli come Cresca o stanno di qua o stanno di là, perché quelli di qua e quelli di là se li arruolano, li comprano, li ammazzano o se li portano via. -. Allungò il labbro inferiore per intercettare una goccia di crema che stava cadendo. - La superiorità tecnologica è fondamentale, ma ha i suoi costi.- Quindi anche il camionista, - disse De Luca, - cioè, siamo stati... - non riusciva a dirlo, ma il commendatore tagliò corto stringendosi nelle spalle.- Dettagli.- E il bambino.- Un incidente, quello sì, che dispiace a tutti. Comunque, caso chiuso, protocollato, registrato, - battè il pugno sul piano del tavolino, - archiviato. Scordatelo, il caso Cresca, io voglio sapere chi ha ammazzato la signora. E lo sai, ragazzo mio, cosa voglio sapere soprattutto?De Luca prese la tazzina di caffè perché aveva bisogno di qualcosa di forte. Era così sorpreso e smarrito che non riusciva a pensare. Il commendatore si sporse in avanti, inclinando il tavolino.- Voglio sapere se siamo stati noi a fare anche quello.De Luca rimase con le labbra aperte sul caffè, senza berlo. Mise giù la tazzina.- Non capisco, - disse.- Voglio sapere se quell'omicidio l'ha ordinato qualcuno nel mio ufficio, o di un ufficio parallelo, o di un ufficio concorrente, i russi, Babbo Natale, - indicò un abete decorato che pendeva in un angolo, - la Madonna o Gesù Bambino -. Sospirò. - Vedi, ragazzo mio, c'è una confusione tra di noi, ma una confusione .. una volta le cose erano più chiare, ma adesso con tutte le leggi e le controleggi è diventato un casino .. le cose si fanno e non si fanno, gli ordini li dài e non li dài.. e ogni giorno c'è un gruppo nuovo che fa quello che gli pare. Tu lo sai com'era, non sei d'accordo che una volta era diverso?No, pensò De Luca, era uguale, ma non lo disse.- Io lo so che non ho dato quell'ordine. Oddio, ordine non è la parola giusta, non si danno ordini così, mai. Diciamo che io non mi sono mai espresso in tal senso.Neanche l'avevo considerata la signora Cresca. Però, se qualcuno l'ha fatta fuori senza il mio .. diciamo beneplacito morale, allora o si tratta di eccesso di zelo o di qualcos'altro che non capisco e che perciò non mi piace, ragazzo mio. Già ci ho questa rogna della Montesi da pensare.- Perché non glielo chiede?- Chiedo cosa? A chi?- Ai suoi .. ai nostri. O agli altri uffici. Se hanno dato il .. beneplacito morale all'omicidio di Stefania Cresca.Il commendatore rise, un'altra risata grassa che si fermò appena prima del colpo di tosse.- Conosco i miei polli. Hanno detto tutti di no, ma è normale. Lo sai cos'è una «smentita plausibile», ragazzo mio, è quando puoi dire sì o no e non c'è modo di sapere se è vero. 
Intrigo italiano: Il ritorno del commissario De Luca Einaudi

Tu che puoi diventare Jeeg


Avendolo perso al cinema, Ho avuto la fortuna di vedere il film di Gabriele Mainetti “Lo chiamavano Jeeg robot”: un po' film d'azione, un po' anche favola moderna di un paese che, minacciato dalle bombe di un nemico insidioso, ha bisogno del suo super eroe per salvare le persone.
Finisce così, il film: il ladruncolo che diventa supereroe suo malgrado (Claudio Santamaria), che dopo aver sconfitto il suo nemico (un grandissimo Luca Marinelli), si rende conto che ora dovrà usare i suoi poteri per salvare tutti.
“Sfortunato quella terra che ha bisogno di eroi” era una celebre frase attribuita a Brecht.
Siamo noi quel paese sfortunato.

Immagine presa da Il Post

Ho visto le immagini del recupero dei dispersi sepolti sotto la valanga all'hotel Rigopiano: la gioia dei vigili del fuoco, degli alpini, delle forze dell'ordine e dei volontari quando dopo ore e ore di fatica riuscivano a tirar fuori, viva, una persona.
La loro gioia, è anche la nostra.
I nostri eroi.
Quando questa storia sarà finita, però, potremmo anche parlare di come in Italia sappiamo gestire, a volte anche abbastanza bene, le emergenze. Ma malissimo la gestione post emergenziale, quando passate le settimane la gente rimane sotto le tende o nei container.
E, altrettanto male, anzi, in modo quasi criminale, la parte prima, quando si costruiscono le cose, quando si dovrebbe fare manutenzione degli argini dei fiumi, dei boschi.
Quando si decide di cementificare zone rischio alluvionale, quando si decide di costruire in zone a rischio sismico, quando non si fanno sufficienti controlli sul rispetto dei criteri di costruzione.
Oppure quando si mettono su carta le grandi riforme, su province e sul corpo forestale (accorpato ai carabinieri), senza pensare alle conseguenze pratiche. Chi fa cosa, poi. Chi si prenderà le responsabilità, poi, su un determinato aspetto. Le strade, il sale quando nevica.
Verrà forse un giorno in cui non avremmo bisogno più di questi super eroi.

La vignetta di Makkox, a Gazebo di mercoledì 20 gennaio



Perché si interverrà prima, nelle città e nei borghi isolati sulle montagne, affinché una nevicata, o un evento temporalesco particolarmente importante possa essere osservato da casa, al caldo.

Un'ultima cosa.
Nel mondo dei super eroi, il nemico di solito è un qualcosa che viene da fuori. Dallo spazio. Oppure un pazzo che vuole conquistare il mondo.

A Rigopiano, sull'appennino marchigiano e abruzzese (e prima ancora a l'Aquila, a Genova,..) il nemico siamo anche noi.

Il finale del film "Lo chiamavano Jeeg Robot" e quel bisogno dell'eroe che veglia sulle nostre vite:
Voce Narrante: Che cos'è un eroe? È un individuo dotato di un grande talento e straordinario coraggio, che sa scegliere il bene al posto del male, che sacrifica se stesso per salvare per gli altri, ma soprattutto... che agisce quando ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. Enzo Ceccotti era davvero un supereroe, come ama definirlo oggi la gente? I benpensanti commiserano le terre sventurate e bisognose di eroi. Ma la verità è un’altra: la presenza di qualcuno che veglia sulle nostre vite ravviva la speranza in un futuro migliore. Purtroppo, oggi, questo qualcuno… non c’è più. Da Tor Bella Monaca, Roma, è tutto. A voi studio.Telegiornale: Passiamo ora allo sport. Domenica prossima, di nuovo in campo, le squadre capitoline: La Roma affronterà la Juventus, mentre Lazio…

21 gennaio 2017

Torto marcio di Alessandro Robecchi


Tanto di cappello ad Alessandro Robecchi che in questo romanzo che sarebbe riduttivo ritenere solo un giallo, ha raggiunto una piena maturità.
In questo libro sono raccontati tanti drammi della nostra società, delle tensioni che covano sotto la sua superficie, delle sue meschinità e del suo essere ingiusta. La giustizia è un tema che ricorrerà spesso nel corso della storia, presentata in tante sfumature: la giustizia per sanare antichi torti, che affondano in una delle pagine più tragiche della nostra storia recente.
La giustizia nei confronti delle persone meschine, che tanti torti hanno fatto senza mai pagare per le loro colpe. Anzi, sanando in moneta crimini abbietti.
E poi c'è la giustizia nei confronti degli ultimi, che in questa storia sono gli ultimi di Milano: la città capitale morale d'Italia, la città di Expo, dei cantieri e delle gru che salgono verso il cielo per costruire palazzi nel segno del lusso.
E invece, mentre i palazzoni luccicanti rimangono magari invenduti, ci sono interi quartieri dove esiste unwelfare alternativo (a quello dello Stato) per curare anziani e bisognosi, dove è il racket che gestisce l'assegnazione delle case dell'Aler (chiuse, perché non ci sono i soldi per ristrutturarle) e dove si mescola tutto assieme. Lo spaccio, la criminalità spiccia, ragazzi che si arrangiano per vivere nemmeno troppo dignitosamente, anziani senza più soldi per pagare le bollette e movimenti politici che si battono per il diritto alla casa ma che hanno dovuto barattare la loro coscienza.
Gente che ha smesso da tempo di arrabbiarsi e che forse ha capito che non c'è speranza di cambiare il mondo: “case popolari. Popolari, pensa Francesco, sì. Vuol dire povere.”....

C'è la giustizia intesa come giustizia spicciola, per saziare gli umori e la pancia delle persone, quelle spaventate dalle tante trasmissioni che fanno da cassa di risonanza per la cronaca nera.
La gente ha paura per il terrorismo, degli immigrati che ci invadono, delle donne col velo, dei musulmani che ci vogliono imporre le loro usanze …
E poi ci dovrebbe essere la giustizia, quella vera, quello di uno stato democratico che si è dimenticato da tempo degli ultimi, di sanare le diseguaglianze nel paese.
Ma andiamo per ordine.
Milano Marzo 2017
La telefonata è arrivata alle 23.41, come da tabulati del 113. Una che portava fuori il cane, in via Angelo Mauri, e che non la finiva più di parlare, anche se non aveva niente da dire. Solo che aveva sentito un botto, forte, e che era andata a vedere,..

La città è sotto choc per due omicidi, due persone perbene, almeno così vengono presentate dai giornali, persone “che di solito non muoiono così”. Sparati per strada da un assassino che lascia sul loro corpo anche una firma o un messaggio:
Ma poi. Sul petto del cadavere, appoggiato apparentemente con qualche cura, un sasso.”

Fabrizio Gotti,
di professione macellaio, anzi il re dei macellai milanesi, i cui punti di vendita sono come delle boutique della carne.
E poi, a distanza di pochi giorni, un architetto con le mani in pasta in tanti affari (leggi speculazioni, ma non si può dire) sia a livello milanese che regionale. Cesare Crisanti, “garante e magnaccia di ogni mattone messo su un altro mattone in città”.
Uno choc che scuote anche la Questura, i cui agenti vengono estromessi dalle indagini perché da Roma arriva una squadra di investigatori esperti, affiancata perfino da un profiler israeliano, la cui prima intuizione è che l'assassino ha una personalità distorta.

Uno schiaffo morale per gli agenti della Mobile che però, nonostante siano stati esautorati, decidono di portare avanti una loro indagine parallela, più casalinga e clandestina.
Così, mentre sono ufficialmente in ferie, il sovrintendente Carella e il vice sovrintendente Ghezzi, oltre a Sannucci e Selvi, si incontrano a casa del Ghezzi per condividere le informazioni, per leggersi le carte, spulciare i dati.
Carella e Ghezzi: due poliziotti solitari e giochetti politici,un cane da caccia giovane e instancabile il primo, mentre il vecchio Ghezzi è uno di quei poliziotti capaci e scrupolosi che non ha fatto carriera, dopo 30 anni e passa di lavoro, perché poco incline a rispettare gerarchie.

Da dove partire per l'indagine non autorizzata, almeno sulla carta?
Da quello che hanno in comune due persone normali, della borghesia milanese, uccise nella stessa maniera da un assassino che usa delle vecchie armi, che sa come rendersi invisibile alle telecamere che ci scrutano quando siamo per strada. Se non esiste un collegamento nella loro vita di oggi, nel loro lavoro, allora si deve scavare nel loro passato.
«È qualcosa che viene dal passato… Ma c’è un problema: nel passato recente non si trova niente, quello remoto è troppo remoto per scavare».

E Carlo Monterossi? Il suo ruolo in questo racconto è un po' più defilato,entra in scena più tardi e per un bel tratto la sua storia scorre parallela a quella dell'indagine sul killer dei sassi.
C'è Maria, che ancora appare nei suoi sogni, ma Carlo sa che non tirnerà più.
C'è la “fabbrica della merda”, ovvero la trasmissione televisiva della diva Flora de Pisis di cui è pure autore: non si occupa più di cuori infranti e storie d'amore, no.
Ora è la cronaca nera ad andare forte sugli schermi di “Crazy love”:

Se la cronaca nera tira più del sesso e dell’intrigo amoroso siamo messi male, pensa Carlo.Ma lo pensa come vedendo una nave che lascia il porto, non più una sua creatura o una sua proprietà.Ma insomma, per ore e ore di diretta è tutto un signore e ragazze e signori e ragazzi in lacrime, parenti delle vittime, derubati vari, minacciati di ogni specie. Tutti in gramaglie, sospesi tra indignazione e spasimo, tutti a chiedere giustizia o almeno, se di quella non ce n’è più, a volere una passerella nella tivù del dolore e della sfiga, con tanto di cachet, contrattini, liberatorie, istruzioni per piangere meglio, «e poi il vestito che le diamo per la diretta se lo può tenete, signora»”.

Ancora tre puntate e poi potrà concentrarsi solo sul saggio che sta scrivendo sull'adorato Bob Dylan, lo Zelig capace di diventare Sinatra come anche un suonatore di blues, sempre mantenendo quella sua “curvatura”.
Un saggio che ora, dopo la vittoria del Nobel, non si può più rimandare.
Tutte le volte che signor Carlo vede signor Oscar arriva guai. Ancora questa volta o è solo cena di amici?”. Carlo ride. È vero, Oscar e i guai sono due cose che vanno parecchio d’accordo, e Katrina ha assistito più volte a faccende intricate che potevano finire male.
Ma no, Katrina, due chiacchiere e qualche bicchiere, non preoccuparti”.

In che modo le strade di Carlo Monterossi e dell'amico investigatore Oscar si incrociano con quelle della squadra di Ghezzi e Carella?
Milano è una città a compartimenti stagni, dove pochi isolati separano gli appartamenti della borghesia più ricca d'Italia, con dentro quadri di Campana e gioielli di valore come fossero musei,
da altri appartamenti, più miseri e malridotti, come quelli della Casbah dei casermoni di piazza Selinunte, in zona San Siro.
Ma capita anche che questi due mondi comunichino in qualche modo, così, inseguendo un ladro che ha rubato un anello (dal valore affettivo) alla madre della sua agente, Katia Sironi, a Carlo viene rivelato un dettaglio che finalmente mette un luce un legame tra i due morti del killer dei sassi.
Eccola, la storia del passato, quello degli anni di piombo, le cui ombre arrivano a proiettarsi fino al presente.
Un legame che mette a confronti mondi opposti e generazioni opposte: il mondo di chi ha tutto e il mondo di chi deve vivere di espedienti, ai limiti dell'illegalità, col sogno di uscire da quella condizione di precarietà per una casa che non c'è (nella Milano dei palazzinari) e per un lavoro precario, covando una rabbia pronta ad esplodere.
Milano è una città cattiva” - dice l'autore, commentando questo microcosmo di spacciatori, trafficoni, gestori del racket delle case abusive.
«Ti hanno cercato i calabresi».
«Quale?».
«Quello basso».
Quindi questioni di case, pensa Francesco. I calabresi si occupano di tanti traffici, lì dentro, ma il business principale è quello degli alloggi.Sanno quali sono vuoti e quali si possono liberare con piccole innocue minacce. Buttano giù porte e procurano chiavistelli nuovi.Per cinquemila euro puoi avere la tua casa popolare, un prezzo onesto se pensi che spesso è gente che ne ha spesi altrettanti per attraversare il mare su un canotto del cazzo.Scampati ai negrieri, arrivano qui e trovano due fratelli che sembrano usciti dritti dal neorealismo, che li rapinano per la casa. Ma almeno dormono in un letto, per la prima volta dopo chissà quanto tempo.Francesco non è mai riuscito a tracciare un confine certo tra ingiustizie della vita e gente che ne approfitta. Tra racket degli alloggi e gente con un bambino in braccio che ti dice «non so dove dormire».

Ma attenzione, ci dice Robecchi, anche dall'altra parte nulla è come appare. A cominciare da ministri e prefetti terrorizzati dalla paura del ritorno del terrorismo e indifferenti alle centinaia di morti in carcere. Ai giornali che inseguono e cavalcano le paure della gente..
In questa storia dove tutto si intreccia, le ingiustizie e le vendette, la tensione narrativa non smette mai di crescere, fino alla fine:
C'è tutto lì dentro, le ingiustizie dei secoli e le ingiustizie di quegli anni folli. Non che questi di adesso...

E, arrivati alla fine, scopriremo che tutti, in questa brutta storia, hanno torto marcio:
E lui lo sa, come finisce. Un altro poveraccio che si farà trent'anni, pure di più, ergastolo sicuro come l'oro. E per cosa? Per fare giustizia? Per vendetta? Per chiudere i conti? Che cazzata. Certi conti non si chiudono mai....
Gli viene in mente quello che pensava la sera prima sceso dalla metropolitana... Hanno tutti torto marcio. Tutti.

Altri stralci per un invito alla lettura

Il blog dell'autore AlessandroRobecchi.
La scheda del libro sul sito di Sellerio

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

20 gennaio 2017

I tempi sono maturi

La difficile eredità di Craxi, Unità 20 gennaio 2017 (dove eredità è in senso politico non dei soldi).
Sala apre a Craxi e il Pd si spacca, Corriere 20 gennaio 2017 (apre nel senso di dedicargli una via).

Qui non è solo questione di memoria breve (in senso anche orwelliano), di quando Craxi era il pentapartito, la persona che aveva piazzato i suoi sulle poltroni pubbliche, nella Rai.
E' piuttosto la migrazione, lo spostamento da sinistra (la sinistra Berlingueriana, quella della questione morale per intenderci) di un partito, di una classe dirigente.
I tempi sono maturi per una via.
Qui giace la sinistra..

La tenaglia

"Stringiamoci a coorte" dicono, niente polemiche perché siamo in emergenza.
La tenaglia, neve e terremoto.
E ora la slavina che ha seppellito il resort a 1200 metri, che sorgeva sotto un vallone chiamato bocca di lupo.

Non è che tutto vogliono fare opera di sciacallaggio politico per attaccare il governo di turno.
Ma nemmeno vorremmo che ancora un volta si passasse dalla fase del pianto a quella del dimenticatoio.
Perché nella tenaglia che ha stretto l'Italia centrale va inclusa anche la politica delle promesse (le casette di legno e i container che non sono arrivati), la burocrazia, la cultura di prevenzione (sia nelle costruzioni che nella cura dell'ambiente).

Prima o poi dovremo parlare anche di questi problemi, oltre che della nevicata eccezionale in pieno gennaio.

19 gennaio 2017

Il mondo pazzo di giustizia, da Torto Marcio di Alessandro Robecchi

Nel romanzo di Alessandro Robecchi, Milano è scossa da due omicidi avvenuti in centro, o quasi. Due persone per bene (almeno nella facciata) uccise senza capire sapere perché.
No, anzi.
Quelle morti, diversamente da altre, risvegliano le paure (mai addormentate) del popolino, le grida all'untore, la caccia all'assasino che non può essere che un immigrato, magari islamico.
Sicuramente un diverso ..
Il protagonista, Carlo Monterossi (che in questo romanzo ha un ruolo giustamente più defilato), legge le reazioni della pancia della gente, che trova quello che vuole sentirsi dire dai giornali, dagli opinionisti, dai politici.
Carlo scuote la testa. L'irrazionale prende il sopravvento. E poi, vista la figuraccia che stanno facendo i cacciatori, meglio concentrarsi sulla preda. Chi può essere il misterioso assassino? Un maniaco, un serial killer? Ecco, così impariamo a farci colonizzare dall’America, e questo lo dice, intervistato, un regista di filmacci per analfabeti, uno che scrive e gira gag su omosessuali e sulle donne grasse [..]
Poi c’è tutto il versante politico della questione. Si insiste ancora sui musulmani, la moschea, il significato dei sassi, con teorie che si arrampicano sugli specchi e pensatori del nulla che argomentano in modo assurdo. Non sono gli ebrei che mettono i sassi sulle tombe dei loro morti? E allora perché questa cosa dei sassi non può essere uno sfregio antisemita di qualche groppuscolo di antisemiti musulmani?Un’attempata soubrette dice che lei ha paura a uscire di casa, ma riflette anche sul fatto che gli assassini «vogliono proprio questo» e allora lei uscirà lo stesso, anzi ha deciso di dare una festa.
 
La destra è scatenata, i leader razzisti chiedono di rivedere la legge sulle armi, in modo che ognuno possa avere in tasca una pistola e non farsi ammazzare da quello dei sassi.Un’altra teoria sostiene che i morti sono tutti benestanti, addirittura ricchi, e che quindi siamo in presenza di una guerra di classe che non risparmia nessuno, «ma se la colpa è avere un buon reddito, belle case, macchine potenti, dove andremo a finire?».E la fede? Non la vogliamo considerare la crisi della fede, delle vocazioni, dei matrimoni in chiesa, il dilagare del peccato?Nelle pagine dell’economia si fa notare che è inutile farsi in quattro per attirare capitali e investitori stranieri se poi si ammazzano i cittadini abbienti come mosche: chi verrà qui coi suoi dollari, eh? Chi se la sentirà?
In sottofondo, in ogni riga, in ogni titolo, in ogni commento, anche tra i più assurdi, anche tra i più ragionevoli e moderati, anche tra coloro che riescono a non perdere del tutto la piccola bussola del buonsenso, si legge in ogni caso solo questo: giustizia. 
Dura. Implacabile. Subito. Carlo riflette su questo punto. Tre morti ammazzati in modo così clamoroso, in modo così spettacolare, suscitano nel paese più furore che mille altre ingiustizie, anche più grandi, quantitativamente immense, incorniciate ogni giorno in piccole notiziette nascoste a pagina venti. Ma anche questo - si rende conto - è un discorso cretino.
Un’ingiustizia è un’ingiustizia, grande, piccola, minuscola. È roba che brucia. Eppure... Eppure sa che c’è nella richiesta di giustizia qualcosa che stona sempre, che distinguere la sete di giustizia dalla voglia di forca è sempre un'operazione ardua. Gli 
viene in mente una cosa, si alza e cerca un libro nella libreria in salotto. Non che gli serva una citazione a colazione, ma vuole vedere se si ricorda bene. Poi torna al simil romanzo di Dylan - non è certo per quello che gli hanno dato il nobel -, sfoglia, cerca, 
gira le pagine. Sì, perfetto.
 
Perché mai bisognerebbe preoccuparsi delle messinscene degli altri? 
E' una cosa che porta soltanto alla tortura.Ma come, è incredibile! 
Il mondo è pazzo di giustizia. 
[Bob Dylan, Tarantula ed. Feltrinelli]
Ecco, si dice Carlo Monterossi. Il mondo pazzo di giustizia.

Torto marcio, Alessandro Robecchi, Sellerio

Altri stralci per un invito alla lettura
- La tv che si imbeve di cronaca nera
- Nella casbah di San Siro  

18 gennaio 2017

Sovranità

In cosa consiste questa sovranità, l'ho capito poco.
Forse nello stamparsi la moneta, nel difendere i confini, ognuno a casa sua e stiamo bene tutti.
Eppure il terrorismo c'era anche ai tempi della lira e il blocco dei confini non fermerà l'esodo (biblico) dai paesi in guerra o alle prese con carestie.

Oppure vuol dire difendere le aziende nazionali, come Mediaset (dai francesi di Vivendì) e FCA (dalle accuse dei tedeschi).
Ma Mediaset è un'azienda privata, e poi come mai Mediaset ci preoccupa mentre eravamo pronti a far entrare un fondo del Qatar in MPS?
E che dire di FCA che ha sede fiscale in Gran Bretagna.
Ci preoccupano i francesi che scalano Berlusconi (e che potrebbero mettere fine al duopolio televisivo) e non gli arabi in Alitalia?
Mah.

Certo, sovranità non significa prendersi cura degli italiani.
Prima gli italiani, dicevano i fascisti alla loro manifestazione di Milano.
A quelli di Amatrice, a cui avevamo promesso i container per Natale?
Di chi è la colpa se in centro Italia ? Dei migranti riempiti di soldi dai politici buonisti?

Quanta confusione 

Grandi lavori, piccoli uomini

Grande opera terzo valico:
"Intanto la malattia arriva tra trent’anni”. Non solo: se fossero rese note le informazioni sull'amianto, “ti fermano i lavori”"
Ettore Pagani, numero due del consorzio Cociv chiamato a realizzare il il Terzo Valico in una intercettazione del 2015


Aquila 6 aprile 2009, poche ore dopo il terremoto, gli impren-ditori Francesco Maria De Vito Piscicelli e Pierfrancesco Gagliardi al telefono: 
Gagliardi “Bisogna partire in quarta subito, non è che c'è un terremoto al giorno”. 
E Piscicelli: “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”.

Inchiesta sulla centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure che secondo la procura avrebbe causato oltre 400 morti: 
“Cerchiamo di fare una porcata...che almeno sia leggibile...C’hai le mani sporche di san-gue...mi sputerei in faccia da solo”
Giuseppe Lo Presti, dirigente del ministero dell’Ambiente 

Infine le intercettazioni dell’inchiesta sull'Ilva di Taranto dove Fabio Riva, parlando con un avvocato si lamentava dei dati forniti da Arpa Puglia e poi commentava “due tumori in più all’anno...una minchiata”.

(le intercettazioni sono prese dall'articolo di Ferruccio Sansa “L’amianto in cantiere? Si ammalano fra 30 anni”).

Adesso avete capito perché tutti i governi che si sono succeduti in questi anni non hanno mai osteggiato le grandi opere?
Grandi opere significa, molto spesso, corruzione, soldi pubblici sprecati, imprese che saltano la concorrenza e il libero mercato danneggiandone altre, danni ambientali.
E anche danni alla salute.
Ma, tanto, si scopre tra trent'anni.
E ora continuate ad aver paura dell'invasione dei migranti.

17 gennaio 2017

Nella casbah di San Siro - da Torto Marcio (Alessandro Robecchi)

La Caserma è quel labirinto di palazzi stanchi, luridi, invecchiati male, scrostati, che circonda piazza Selinunte, zona San Siro, avamposto della marmaglia urbana, caldo d’estate, freddo d’inverno, scale che sanno di broccoli e di curry, quando va bene.
Da Milano post

Nell'ultimo romanzo di Alessandro Robecchi si intrecciano più storie: ci sono quegli assassini, su due persone che non avevano niente in comune se non quel sasso lasciato dall'assassino sul petto, da morte.
C'è la tv del dolore, che si imbeve su questi drammi, sulla cronaca nera, attizzando l'odio delle persone verso un nemico esterno.
C'è anche la Milano delle case occupate e delle dell'Aler chiuse perché da ristrutturare ma non ci sono i soldi.
La Milano del racket dell'occupazione, gestito dai calabresi nella Caserma, ovvero i casermoni in piazza Selinunte, zona San Siro: una Milano che non è Expo, non è il Duomo, non è nemmeno la Milano da bere.
Nella Casbah a governare ci sono i ragazzi del collettivo, quelli che prendono le manganellate dalla polizia durante gli sgomberi.
C'è una banda di nordafricani, che si occupa di spaccio.
E non solo ..
E lo Stato? E la giustizia (per il diritto alla casa, contro lo spaccio delle droghe)? 
«Ti hanno cercato i calabresi». «Quale?». «Quello basso». Quindi questioni di case, pensa Francesco. I calabresi si occupano di tanti traffici, lì dentro, ma il business principale è quello degli alloggi.Sanno quali sono vuoti e quali si possono liberare con piccole innocue minacce. Buttano giù porte e procurano chiavistelil nuovi.Per cinquemila euro puoi avere la tua casa popolare, un prezzo onesto se pensi che spesso è gente che ne ha spesi altrettanti per attraversare il mare su un canotto del cazzo.Scampati ai negrieri, arrivano qui e trovano due fratelli che sembrano usciti dritti dal neorealismo, che li rapinano per la casa. Ma almeno dormono in un letto, per la prima volta dopo chissà quanto tempo.Francesco non è mai riuscito a tracciare un confine certo tra ingiustizie della vita e gente che ne approfitta. Tra racket degli alloggi e gente con un bambino in braccio che ti dice «non so dove dormire».E comunque, no, i calabresi non sono befattori, questo lo sa.«Hanno i loro cazzi, adesso» dice Chiara.E' una cosa che lo lascia sempre di sasso: pare che lei sappia cosa sta pensando [..]
Ma sì, sa cosa vuol dire Chiara. Adesso c’è un’altra banda, nordafricani, non si sa di dove, esattamente. Hanno cominciato piazzando due famiglie alla scala F, ora chiedono altri posti per amici loro. Mafuz, che è l’altro potentato dei palazzi, ha deciso di abbozzare, non interverrà perché non vuole casini, i calabresi non hanno più il monopolio, ma questo pare turbare solo i calabresi. Giustamente.«E che voleva?»«Parlare. Faranno un incontro, Mafuz, loro due della Calabria Saudita e questi qui nuovi, che pare siano cattivi un bel po'. Vorrebbe che qualcuno del collettivo fosse presente, credo così .. per avere testimoni del patto».Francesco Girardi sorride, si asciuga con un vecchio telo da mare, mette un paio di pantaloni corti e una magietta della Mano Negra, antiquariato puro.«Cioè, adesso il collettivo per il diritto alla casa diventa una specie di sensale per gli accordi mafiosi?», dice. Lei alza le spalle:«Ma sì, lo sai... Dice che può venire fuori qualcosa per noi, che Mafuz vuole solo che non ci sia casin, così i suoi ragazzi possono vendere la loro merda senza problemi, ma vogliono un accordo preciso .. hanno paura che quelli nuovi si allarghino... e noi abbiamo Giovanna e Illa da piazzare, lo sai, no?». Politica, pensa Francesco.Trattative, accordi, compromessi, dare, avere, buoni rapporti con i cattivi... Ma lì dentro i buoni dove sono? Ah già, saremmo noi, pensa Francesco, che ridere.E Giovanna e Illa, poi, una storia assurda. Perché le due - Giovanna istruttrice di kick boxing e Illa maestra eklementare - avevano occupato alla vecchia maniera. cioè avvertendo i vicini, scegilendo un alloggio sfitto - dichiararto inagibile per muffa e infiltrazioni d'acqua -, entrando, mettendo un po' a posto, ed eccole nel nuovo club degli abusivi regolari. Insieme al Collettivo avevano fatto i volantini con le foto delle pareti imbiancate di fresco e le scritte «Gli abusivi ristrutturano, l'Aler no», e anche: «La casa è di chi ci vive! Sanatoria subito!».Non avevano scelto il silenzio prudente degli occupanti, la diffidenza, la clandestinità nelle pieghe delle graduatorie e controlli.No, avevano rivendicato l'atto politico di prendersi una casa vuota.Insomma, cacciarle con l'ufficiale giudiziario e la polizia sarebbe stato difficile [..]Ma poi erano andate via qualche giorno, a Berlino o non si sa dove, e quando erano tornate avevano trovato un casa una famiglia di tunisini, lui, lei e tre ragazzini, tutti in quaranta metri quadri, quarto piano senza ascensore e la muffa che tornava fuori come nei film dell'orrore.Mica si poteva cacciare una famigila, certo, anche il collettivo l'aveva escluso, ma loro due?Due che occupano una casa cosa fanno se qualcuno gli occupa la casa? Chiaro che non possono andare alla polizia. Ora vivono dal padre di Illa, a Corsico, ma passano spesso di lì e sono presenti a tutte le riunioni del collettivo, come un amonimento fisso: e noi? Noi non abbiamo diritto alla casa?
Qualcuno ne aveva riso, sì. Ma non c'era niente da ridere. Per Francesco quella guerra sorda e continua tra disperati, quella lotta senza esclusione di colpi, quella furbizia al posto dell’intelligenza, è un elastico che si sta tendendo troppo. Da anni, pensa. Da sempre.
 
Torto Marcio, Alessandro Robecchi Sellerio

Altri estratti dal libro: La tv che si imbeve di cronaca nera- da Torto Marcio