22 maggio 2017

Gli effetti collaterali delle guerre cibernetiche (e il Mose e il tracciamento nella vita quotidiana)

I rischi per i virus informatici, come siamo tracciati e monitorati nella vita quotidiana (anche quando pensiamo di non esserlo) e un aggiornamento sulla vicenda Mose.

Prima però, la pagina dedicata all'alimentazione: ad “Indovina chi viene a cena” Sabrina Giannini parlerà dei prodotti industriali con aromi ed addensanti fatti passare invece come “artigianali” (per esempio i gelati).
Una specie di truffa (e concorrenza sleale a chi fa veramente il gelato artigianale), ma tutto a norma di legge.



Gli effetti collaterali delle guerre cibernetiche
Scordatevi le guerre combattute coi carri armati e con gli eserciti di soldati in carne e ossa.
Le guerre moderne si combattono con altri strumenti e, peggio ancora, nemmeno si dichiarano più con dichiarazioni ufficiali alle ambasciate.
Sono guerre combattute a colpi di attacchi informatici, a colpi di fakenews, notizie false sparate in rete per screditare il leader (o aziende strategiche) di un paese avversario.
Le multinazionali affrontano i concorrenti rubando loro le informazioni e i brevetti.

Siamo vulnerabili quando andiamo siamo connessi alla rete e usiamo software non aggiornato o sistemi operativi non aggiornati: due settimane fa gli attacchi informatici agli ospedali inglesi dal virus Wannacry, che ne ha bloccato l'attività, hanno dimostrato quanto siano concreati questi rischi.
Ma siamo vulnerabili anche quando usiamo strumenti, nella vita quotidiana, che sono collegati alla rete.
Come la nostra web camera o la nostra lavatrice: nel caso di Wannacry, il virus ha sfruttato una vulnerabilità nota di Windows, scoperta dalla NSA (e per cui Microsoft aveva già messo sul mercato la patch) e tenuta segreta per essere sfruttata per spiare le persone.

La scheda del servizio: Voglio piangere, di Giuliano Marrucci (qui il promo)
Tutti i file sequestrati e la richiesta di pagare 300 dollari per il riscatto. È il ricatto subìto da oltre 370.000 tra enti pubblici, aziende e privati di 150 paesi i cui computer sono stati infettati nei giorni scorsi dal ransomware WannaCry. È un programma ostile con cui i cyber criminali hanno bloccato l'operatività di fabbriche, università e ospedali. Hanno potuto sfruttare una vulnerabilità di Windows che era stata già scoperta dalla Nsa, la National Security Agency statunitense, e che le era stata “soffiata” e messa all’asta sul mercato nero online. Giuliano Marrucci è andato in America a intervistare il guru della sicurezza informatica Bruce Schneier, che denuncia come proprio la Nsa renda internet meno sicuro: quando scopre una vulnerabilità di sistema, invece di avvertire Microsoft o gli altri produttori perché riparino il “buco” preferisce tenerlo segreto, per poterlo usare lei stessa strategicamente. Così tuttavia i varchi nella sicurezza rimangono aperti ed è solo questione di tempo perché si ritorcano contro di noi, utenti ignari della rete. Sono i danni collaterali delle guerre cibernetiche, che si combattono a nostra insaputa tra hacker di stato anche a colpi di notizie false su Facebook e Twitter ma, come vedremo, possono colpire anche attraverso la violazione del software della nostra lavatrice o telecamera “intelligente”. Un viaggio tra Russia e Stati Uniti per verificare chi è all’origine della pandemia di notizie false sui social e quale ne è l’impatto, tra propaganda e realtà.

Come tracciano le nostre abitudini

Il servizio di Giorgio Mottola parte da Londra, da un esperimento di Peter Warren, direttore di Future intelligence: veniva dato l'accesso ad un hot spot wifi, in una zona pubblica, a patto che venga ceduto al fornitore il primogenito.
In 6 avevano accettato la clausola dell'accordo: a testimonianza del fatto che nessuno legge le clausole prima di accettare un contratto.
PErché non si fanno clausole in pochi punti, semplici e comprensibili – si chiedeva il direttore Warren?
Perché l'obiettivo delle società di servizio è la caccia ai tuoi dati.
Come quando passeggi per una delle stazioni di Trenitalia e pensi di essere scollegato dalla rete e invece sei profilato da una webcam che ti osserva in cima ad un cartellone pubblicitario.
L'ingegnere informatico G. Pellerano ha scoperto come i cartelloni delle stazioni, dotati di telecamera, sono in grado di profilare gli utenti che si soffermano ad osservare le pubblicità.
Dove finiscono questi dati? Ad una società di pubblicità che dal profilo (sei maschio e hai trent'anni) ti propone una pubblicità di rasoi da barba..
Dal 2014 Trenitalia ha firmato un accordo con Quividi, società francese ma fondata da un italiano: il loro sw è in grado di riconoscere l'età delle persone, l'umore, per dare la pubblicità migliore.

Quando navighiamo siamo invece tracciati coi cookies: con questi strumenti chi gestisce un sito sa cosa guardiamo e cosa ci interessa.
è obbligatorio segnalarlo, per legge, ma se noi non li accettiamo, questi strumenti tracciano la nostra attività lo stesso.

Tutto regolare, almeno per la legge: ma sono i nostri dati ed è bene che questi non siano usati per scopi fraudolenti (o per discriminarci senza che ne siamo consapevoli). Succede ogni giorno, quando accediamo ad un sito, quando postiamo qualcosa sui social ..

La scheda del servizio: Sorvegliati speciali di Giorgio Mottola (qui una anticipazione)
Avete presente il film “Minority Report” del 2002, con Tom Cruise che cammina in un centro commerciale e i monitor pubblicitari che lo riconoscono e lo bombardano di pubblicità personalizzata? Sembrava fantascienza invece ormai ci siamo. Anche nelle nostre stazioni e aeroporti, per strada o davanti alle vetrine, si può già notare il piccolo occhio di una telecamera appena sopra il monitor pubblicitario. Ci stanno osservando mentre guardiamo l’annuncio e provano a capire dalle nostre reazioni quali potrebbero essere i nostri gusti. Lo chiamano data mining e vuol dire che dovunque ti giri c’è qualcuno che cerca di sapere i fatti tuoi per venderti qualcosa. I dati sono il petrolio della nostra era, moltiplicano i profitti delle aziende che li possiedono e tutti ne sono alla ricerca. Le applicazioni sono gratis, l’uso dei social è gratis solo perché il prodotto siamo diventati noi, con le nostre informazioni personali che lasciamo in giro sul web, nei profili social e mentre usiamo i nostri smartphone. Le compagnie che si occupano di dati sono in grado di elaborare un profilo psicologico di qualunque utente e adoperarlo per venderci mutui, viaggi, automobili o qualsiasi altro prodotto. Compreso un candidato per le elezioni politiche. Ma la profilazione ha ormai superato le barriere del mondo virtuale di internet. Se qualsiasi società può accedere liberamente alle nostre informazioni personali, in alcuni casi la vita può trasformarsi in un inferno. È quello che è successo ad alcune persone il cui nome è finito su World Check, il database di soggetti a rischio più grande del mondo di proprietà dell’agenzia di stampa Thomson Reuters. Contestualmente alla messa in onda renderemo disponibile online un sito realizzato ad hoc per analizzare come, da chi e quanto sono profilati gli utenti dei siti più diffusi in Italia.

In alto mare di Luca Chianca

Il Mose, quel mose degli scandali, dei sopra costi, delle mazzette, del controllore assente, non bloccherà l'acqua alta a San Marco (qui l'Espresso in un articolo dove si parlava dei rischi della struttura).
E allora per cosa abbiamo speso a fare 5 miliardi di euro?

La scheda del servizio: In alto mare (qui una anticipazione)

Report torna a occuparsi del Mose che sta per "Modulo sperimentale elettromeccanico", ovvero il sistema di 79 paratoie mobili sommerse che in caso di acqua alta eccezionale dovrebbero sollevarsi per proteggere Venezia. Quando lo finiscono? E funzionerà? Come stanno andando le cose, a tre anni dall'indagine della Procura di Venezia che nel 2014 scoperchiò un sistema di corruzione, travolgendo controllori, controllati, politica locale e nazionale? Lo Stato finora ha speso 5 miliardi e 493 milioni di euro per un'opera che secondo le promesse sarà consegnata solo nel 2021, con una decina di anni di ritardo sui tempi stabiliti. Ma già oggi ci sono problemi e l'esperimento rischia di costare al contribuente una fortuna in manutenzione: dai 30 ai 100 milioni l'anno, perché il progetto prevede che ognuna delle 79 paratoie venga tirata su dall'acqua, portata all'Arsenale, ridipinta e rituffata in laguna. Non si sa nemmeno chi gestirà il Mose e il progetto nasce sbagliato perché piazza San Marco, dopo tutti i soldi spesi, andrà comunque sempre sott'acqua.

Paese di esperti di cose di mafia

Italia paese di navigatori, santi, allenatori e ora anche di esperti di cose di mafia.
L'anniversario dell'attentato al giudice Falcone ha risvegliato nella Rai l'interesse (sopito nel resto dell'anno) per la guerra alla mafia e nel ricordare quanti in questa guerra hanno perso la vita.
All'improvviso nelle trasmissioni si parla di maxi processo, di pool antimafia, di Ufficio Istruzione (nel vecchio ordinamento giudiziario la magistratura inquirente era divisa in giudici istruttori e procuratori della Repubblica). All'improvviso irrompono in tv le immagini di Falcone e Borsellino anzi, "falconeeborsellino" scritto tutto attaccato, così si risparmia.
Se fosse ancora vivo, Falcone, direbbe con quel suo sorriso sornione che non si può combattere la mafia a corrente alternata.
Specie se si vuole veramente sconfiggere cosa nostra.

E non ridurre l'antimafia solo ad una questione di celebrazioni sterili, discorsi pieni di retorica ed eroi. 
Perché Falcone (e Borsellino e Chinnici e Cassarà e Costa ...) non volevano fare gli eroi: semplicemente intendevano applicare la legge, uguale per tutti, anche nei confronti dei boss, dei bancheri che li aiutavano a far girare i soldi, dei politici come Ciancimino o Lima che prendevano voti in cambio di protezione ..

Falcone, per esempio, avrebbe voluto diventare capo dell'ufficio istruzione per continuare il lavoro di Caponnetto, approfondire le indagini sui delitti politici (Mattarella, Dalla Chiesa, Reina), aprire il capitolo dei rapporti tra mafia e massoneria (e Gladio, poi).
Ma il CSM gli preferì il più anziano Meli: più anziano ma meno esperto.

Nel libro l'Assedio, Bianconi racconta della reazione di Falcone a questa notizia: di fronte alla consigliera Contri disse
"ma lo avete capito che mi avete consegnato alla mafia? Che ora la mafia può colpirmi perché anche i miei [i magistrati] non mi vogliono".

Ieri sera ho seguito il confronto del vice presidente Legnini con Minoli su La7: ecco, sarebbe interessante rileggere i fatti di oggi, le polemiche sulle inchieste che toccano esponenti politici, gli attacchi ai magistrati, il tifo da stadio che si scatena pro o contro un'inchiesta alla luce di quanto è già successo.
Perché anche oggi ci sono troppi magistrati lasciati soli, senza tutele da quel CSM che Legnini presiede come vice.
Da Di Matteo a Woodcock.

Anche oggi ci si schiera, pro o contro, si usa un'inchiesta (e un magistrato) per battaglie politiche pro o contro un partito.
Boccassini (il magistrato milanese) indaga su Silvio e le sue cene? Brava Ilda.
Pignatone apre il fascicolo su Mafia capitale? Bene, avanti così.
Woodcock apre un fascicolo sull'inchiesta Consip? Attacco alla democrazia.

E lo stesso vale ad ogni prescrizione, ad ogni assoluzione nei processi ad un esponente politico.
E ora chi paga? Come se gli unici processi buoni sono quelli che si concludono in condanne.
Come se non esistessero già strumenti per rivalersi in caso di errori giudiziari.
Perché ancora oggi non si riesce a tenere separati gli aspetti penali, che seguono i magistrati, da quelli di opportunità politica.

E gli espempi da questo punto di vista non mancano, dal caso Guidi alla storia dei rolex per arrivare alle amicizie pericolose di certi partiti al sud.

21 maggio 2017

Lo specchio riflesso delle fake news

Alla scuola politica intitolata a Pasolini, il segretario del Partito democratico ha fatto un discorso sulle fakenews, usando la metafora dello specchio e dell'immagine.

L'inchiesta Consip? Solo una storia di un magistrato che si è inventato un reato e di un capitano dei carabinieri che falsifica le prove.

L'aereo di Stato costato 160ml? Ma io non l'ho mai usato ..

Qual è lo specchio e quale l'immagine reale? L'aereo è costato al contribuente italiano, pur rimanendo fermo. E l'inchiesta Consip parte da una presunta tangente, dalle cimici per scoprire le prove della corruzione che sono state rivelate ai dirigenti Consip che hanno fatto anche i nomi di chi ha causato la fuga di notizie.

Ieri Renzi era a Milano ma non ha partecipato alla manifestazione organizzata da una miriade di organizzazioni sull'accoglienza.
Da che parte sta Renzi?
La mia impressione è che nella rincorsa a Grillo e Salvini si sia già schierato tra quelli dell'insicurezza percepita, del rinchiudiamo gli immigranti in posti lontano dai nostri occhi.
Il tutto mentre a Milano, a sfilare assieme a migliaia di persone c'erano anche persone dello stesso PD, come Sala e Majorino.


E veniamo alla manifestazione di Milano "insieme senza muri": vorrei che i tanti che si sono scandalizzati per la pubblicazione delle intercettazioni di Berlusconi, pardon, di Renzi e del padre, provassero un minimo di vergogna per i titoli die giornali di destra di ieri e oggi.



Sfilano per i delinquenti

Ricchi in piazza soci dei migranti ..

Il messaggio è chiaro e si inserisce benissimo nel discorso della realtà percepita, dove si alimentano paure e timori scrivendo notizie false.
Stare dalla parte dell'accoglienza e di chi salva le vite in mare non significa stare dalla parte dei criminali.
Criminali come i mafiosi, come le persone che compiono frodi fiscali, per fare due esempi non a caso.

E in merito ai ricchi: cosa ci stanno dicendo Feltri (e Belpietro e tutti gli altri)? Che i ricchi devono solo difendere i ricchi (come per esempio le multinazionali che possono eludere il fisco) e dei poveri invece se ne devono occupare solo i poveri?

Perché non ve li portate a casa vostra questi immigrati, se vi piacciono tanto?
Ecco, a questa idiozia, basta rispondere così: ma tu, quanti poveri italiani stai aiutando a casa tua?

Su Repubblica Rumiz ha scritto un bel pezzo su Repubblica (che trovate qui): il sillabario anti razzista e la preghiera da rivolgere a quelli che dicono “io non sono razzista ma”, che incontriamo tutti i giorni, per strada, sul treno, facendo la fila al supermercato.
La preghiera
«Prego perché tuo figlio non debba mai finire dietro un reticolato e perché tu non debba mai essere guardato come un miserabile. Prego Iddio che il tuo denaro e il tuo passaporto non siano mai rifiutati come carta straccia da un agente di polizia. Invoco il Signore perché i tuoi nipotini non debbano passare inverni nel fango, sotto una tenda, a mezzo chilometro da un cesso comune, con gli scorpioni e i serpenti che si infilano nelle loro coperte. Prego perché il tuo focolare non si riduca a un mucchietto di legna secca e il tuo unico contatto con la famiglia lontana sia il telefonino. Prego soprattutto perché tu non debba mai udire, rivolte a te, parole come quelle che hai appena pronunciato».
L’augurio
«Vorrei che tu non diventassi mai un miserabile, perché lo si diventa in un attimo. Basta molto meno di una guerra. È sufficiente un terremoto, un’alluvione. Una malattia, un tradimento, una truffa, un divorzio, un licenziamento, un bancomat che si nega allo sportello. Mio nonno emigrò per fame in Argentina, fece fortuna, poi la banca con tutti i suoi risparmi fallì e lui morì di crepacuore a quarant’anni, lasciando la famiglia in miseria. Oggi è peggio. Si diventa superflui per un nonnulla. Ti licenziano con un Sms. Anche senza emigrare».

Questo auguro ai signori razzisti, difensori dei forti e spietati coi deboli e con gli ultimi.
Vi auguro un giorno di stare dalla parte sbagliata della storia, della geografia, del manganello, del muro, del filo spinato.

Prima o poi capiterà.
E poi ne riparliamo, di diritti, di solidarietà.

20 maggio 2017

L'assedio, troppi nemici per Giovanni Falcone di Giovanni Bianconi

Il difficile viene adesso. 
Il nome ufficiale era Stay behind, che letteralmente significa «stare dietro»; sottinteso: le linee dell'ipotetico invasore dell'Est comunista, da scompaginare attraverso la rete clandestina di patrioti addestrati a sabotare e resistere. Un'operazione imbastita dall'Alleanza atlantica a metà degli anni cinquanta, ma in Italia nessuno ne ha saputo niente- tranne pochi governanti e ufficiali del servizio segreto militare – finché il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti l'ha resa pubblica, a ottobre 1990. Chiamandola col nome «Gladio», dal simbolo della piccola spada a doppia lama contornata dal motto Silendo libertatem servo, «in silenzio servo la libertà».Da quel momento cominciarono ad inseguirsi interrogativi e polemiche, come sempre quando si intrecciano politica e trame occulte, nel paese a «sovranità limitata» imposta dagli americani. Stavolta c'era di mezzo anche la Cia e i depositi nascosti di armi ed esplosivi, quanto bastava per alimentare dubbi su possibili collegamenti con le bombe che hanno condizionato la vita pubblica dal dopoguerra in avanti.[..]Oggi però, Falcone è concentrato su altro.

Fine gennaio 1992: il libro di Giovanni Bianconi parte da questa data, fondamentale per la storia della lotta alla mafia. La data in cui la Suprema corte di Cassazione confermò le condanne in primo grado del maxi processo di Palermo.
Il processo istruito dal pool di Palermo, Caponnetto, Falcone, Borsellino, Di Lello che per la prima volta mandava alla sbarra i capi mafia e non solo i gregari, accusandoli non di singoli reati, ma di far parte di una struttura criminale unitaria e verticistica che aveva coordinato i reati loro imputati.
A 25 anni dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992, che segnò l'inizio della guerra dei corleonesi allo Stato, una sfida alle condanne del maxi, il giornalista del Corriere ricostruisce gli ultimi anni del giudice Giovanni Falcone, in un racconto che segue due binari.
Da una parte il commando di mafiosi che su ordine di Totò Riina, in un clan ristretto, organizzano la vendetta contro Falcone inseguendolo fino a Roma. Dove Falcone andò a lavorare, al ministero della Giustizia, lasciata la procura di Palermo nel 1991, continuando la sua battaglia alla mafia su un altro fronte.
L'altro binario è la storia, amara, di un giudice troppo bravo e preparato per essere premiato in un incarico direttivo.
Pochi altri magistrati come Falcone (e Borsellino) sono stati così attaccati, vittime di invidie e ingiurie da vivi, quanto idolatrati come eroi da morti.
Il libro di Bianconi non è solo una storia di un giudice, infatti: è un nodo al fazzoletto, per ricordare a tutti noi tutte le sconfitte, i bocconi amari da digerire, gli attacchi sui giornali da politici e dagli stessi colleghi delle altre procure o del CSM (il parlamentino dei giudici).

La sentenza della Cassazione del 2004, sulla strage di Capaci, li mette nero su bianco questi attacchi, questo assedio in cui Falcone fu costretto, stretto da una parte dalla mafia, che lo considerava un morto che cammina e dall'altra parte i politici che lo considerarono prima comunista, poi democristiano, poi socialista...
Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone - certamente il piú capace magistrato italiano - fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia (anche all'interno delle stesse istituzioni), tendenti a impedirgli che assumesse quei prestigiosi incarichi i quali dovevano, invece, a lui essere conferiti sia per essere egli il piú meritevole, sia perché il superiore interesse generale imponeva che il crimine organizzato fosse contrastato da chi era indiscutibilmente il piú bravo e il piú preparato, e offriva le maggiori garanzie - anche di assoluta indipendenza e di coraggio - nel contrastare, con efficienza e in profondità, l'associazione criminale”.

Non aveva contro solo la mafia, che lo considerava come il suo principale nemico: contro Falcone si schierò un fronte ampio che partiva dal CSM, che bocciò la sua domanda per prendere il posto di Caponnetto, come capo dell'Ufficio Istruzione, per proseguire il lavoro contro cosa nostra, perché era un giudice troppo famoso, troppo “protagonista” per le sue apparizioni in tv e sui giornali.
Contro aveva anche quanti pensavano di usare la magistratura per le loro battaglie politiche, per sbarazzarsi di quegli esponenti della politica troppo chiacchierati, per i loro legami con la mafia.
Come Salvo Lima, a capo della corrente andreottiana della DC in Sicilia.
Fu accusato di tenere certi fascicoli nei cassetti, sui delitti politici avvenuti in Sicilia: La Torre, Dalla Chiesa, Mattarella, Reina.
Eppure Falcone aveva ben chiaro quale fosse il discrimine tra comportamenti penalmente rilevanti e comportamenti poco opportuni per un politico, ma che non costituiscono necessariamente un reato. Due questioni da tenere ben distinte: l'avvocato Galasso e l'ex sindaco Leoluca Orlando firmarono un esposto contro Falcone, accusato di essere un insabbiatore (si riferivano alle parole del pentito Mannoia, per esempio, dove parlava dei rapporti di Lima col boss Stefano Bontade): a queste accuse Falcone dovette rispondere di fronte al CSM: per imbastire un processo servono prove di reato, non bastano le illazioni o i presunti rapporti
“Bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo l'Italia, pretesa culla del diritto rischia di diventarne la tomba”

Sono valutazioni che ancora oggi tornano, quando escono sui giornali notizie di inchieste che coinvolgono politici: la distinzione tra garantismo e questioni di opportunità, la distinzione tra reato penale e comportamenti censurabili come politico:
Analisi e riflessioni che sarebbero tornate da attualità negli anni nei lustri successivi, con Falcone morto, sepolto, onorato e riverito, molte volte senza rammentare ciò che sosteneva in vita. Per esempio che per evitare l'imbarbarimento della Giustizia piegata gli interessi politici, e per evitare di fornire i politici pretesti per le loro frequentazioni sospette attraverso procedimenti penali archiviati o conclusi con inevitabili assoluzioni, fosse meglio tenere distinti due piani: una cosa sono i processi con loro regole e finalità, da rispettare sempre; un'altra le considerazioni sulla liceità o meno di certi comportamenti, che fuori dalle inchieste possono avere un diverso metro di giudizio.

Bianconi cita un episodio particolare, durante la trasmissione Maurizio Costanzo Show, in cui Orlando chiede a Falcone, con una certa malizia, come mai Lima sia ancora libero.
Nonostante le voci. Nonostante i pentiti come Giuseppe Pellegriti che avevano accusato Lima di essere il mandante dei delitto politici.
Falcone, che aveva invece incriminato Pellegriti per calunnia, rispose “Lo sapevano tutti”:
A che sarebbe servito ribadire che certe conoscenze o frequentazioni, così come affermazioni non supportate da riscontri, non sono sufficienti a imbastire un processo mentre lo sarebbero per un giudizio politico anche molto netto? E che però è magistrati spetta di fare i processi, chiedere o pronunciare condanne o assoluzioni, non elargire giudizi o considerazioni politiche?
A proposito degli ambigui legami di Lima si limitò replicare: «lo sapevano tutti».
Come dire che ce n'era abbastanza, a disposizione di tutti, per trarre conclusioni di convenienza sul piano etico e politico.

Aveva le sue idee Falcone e non si faceva scrupolo nel raccontarle, sui giornali e negli incontri pubblici, anche in televisione.
Sul famoso “Terzo livello”, ovvero la struttura superiore alla cupola, che dava ordini alla mafia:
Anche davanti al Csm Falcone dovete tornare a spiegare l'inconsistenza delle ipotesi sul cosiddetto «terzo livello»: «non esistono vertici politici che possono in qualche modo orientare la politica di Cosa Nostra.
E' vero esattamente il contrario. Il terzo livello inteso quale direzione strategica formata da politici, capitani di industria eccetera, che orienta Cosa Nostra, esiste solo nella fantasia degli scrittori, non esiste nella pratica. [..]Magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe James Bond per toglierci lo di mezzo. Ma purtroppo non è così. Abbiamo rapporti molto intensi molto ramificati e molto complessi».Si riferiva a collusioni, convergenza di interessi, politici a disposizione della mafia.
Ma per imbastire indagini utili a scoperchiare quelle realtà ancora indimostrate sul piano giudiziario, sarebbe servito unità di intenti e un metodo di lavoro che purtroppo si seguitava a non voler applicare.
«La mafia non si può combattere a correnti alternate», ricordò Falcone.

Sul “gioco grande”, inteso come livello di indagine in cui si arriva a rischiare la vita perché si sono toccati nodo troppo delicati, per esempio nel rapporto mafia-politica (e la loro convergenza di interessi, nei voti, negli appalti) o nel rapporto tra mafia e finanza.
Sul come la mafia (e i colletti bianchi dentro la zona grigia in “contiguità” con essa) prima tenda a infangare le sue vittime, per isolarle, per poterle poi colpire.
Lo scrisse nelle ultime righe del libro “Cose di mafia”, scritto assieme alla giornalista francese Marcelle Padovani:
«… credo sia incontentabile che Mattarella, Reina, La Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui si erano impegnati. Il condizionamento dell'ambiente siciliano, l'atmosfera globale hanno grande rilevanza nei “delitti politici”: certe dichiarazioni, certi comportamenti, valgono individuare la futura vittima senza che la stessa se ne rende nemmeno conto. Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.
Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si e privi di sostegno».
Giovanni Falcone sapeva bene di essersi infilato in un gioco grande una partita cominciata a Palermo è ancora in corso a Roma ...

Non è un caso se lo stesso capo mafia, Nino Giuffrè, anni dopo davanti ai giudici, sulla campagna di delegittimazione di Falcone abbia utilizzato una metafora simile:
... succede che la mafia piano piano mette in cattiva luce quel personaggio lo isola e quando è solo contro tutti viene ucciso”.
Isolato come Falcone, isolato come Libero Grassi, l'imprenditore palermitano che si era rifiutati di pagare il pizzo al “geometra Anzalone” e che era stato lasciato solo. Dai colleghi, dall'associazione di categoria locale, dalla politica regionale.

Soprattutto, dopo anni di esperienza a Palermo, al pool di Chinnici e Caponnetto, Falcone aveva maturato le sue idee per contrastare cosa nostra, attraversa la “super procura” antimafia, la Direzione Nazionale Antimafia, e la Dia, un corpo che aveva al suo interno polizia carabinieri e Guardia di Finanza specializzato nella lotta al crimine. A capo della DNA, il Super procuratore antimafia, posto per cui Falcone si era candidato:
niente più inchieste parcellizzate sul territorio, quindi, né affidate a strutture inadeguate e senza esperienza, con visioni diverse tra loro, bensì una risposta giudiziaria unitaria e proprio per questo coordinata dalla DNA, incasellata presso la Procura Generale di Cassazione.
Destinata a verificare l'attività delle procure distrettuali, elaborare strategie investigative, raccogliere fornire indicazioni e gli uffici periferici, mantenere un collegamento con Governo e Parlamento per formulare indirizzi di carattere generale.
Destinata a verificare l'attività delle procure distrettuali, elaborare strategie investigative, raccogliere fornire indicazioni e gli uffici periferici, mantenere un collegamento con Governo e Parlamento per formulare indirizzi di carattere generale.
In caso di incompetenza o inerzia delle procure distrettuali, la DNA avrebbe potuto avocare le inchieste e condurle direttamente.
Una piccola rivoluzione nel segno delle esigenze individuate proprio da Falcone durante la sua esperienza investigativa, per evitare le disfunzioni del passato; prima e fare tutte la polverizzazione delle indagini.
Che però comportava un balzo in avanti talmente ampio, soprattutto nei rapporti tra potere giudiziario e potere politico, da infondere non poche preoccupazioni nella grande maggioranza delle toghe.

Queste sue idee, che divennero proposte di legge del governo Andreotti e del ministro Martelli, suscitarono enormi polemiche nel mondo delle toghe.
La perdita di indipendenza da parte della magistratura, per il rischio di controllo da parte dell'esecutivo sulle inchieste sulla criminalità organizzata.
Il rischio di minare il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale.
La perdita di libertà di indagine, da parte dei magistrati nelle varie procure nel territorio.
E l'accusa più grave di tutte: essersi venduto al potere politico, essere diventato uno strumento nelle mani dei socialisti (i socialisti della Milano da bere dei Tognoli e Pilliteri, che di lì a poco sarebbe scoppiata Tangentopoli).
Non essere più un giudice indipendente.
Va ricordato ancora: Falcone andò a Roma, a dirigere l'Ufficio Affari Penali del ministero di Giustizia (a fianco di Liliana Ferraro, Loris D'Ambrosio, Livia Pomodoro e Piero Grasso) perché aveva capito che a Palermo non avrebbe potuto più portare avanti il suo lavoro, sebbene la promozione a procuratore aggiunto.
Dovendo scegliere tra Palermo e la Roma di Martelli e Andreotti, Falcone decise di provarci: la lotta alla mafia poteva essere fatta anche incidendo sulle leggi con cui i magistrati operavano, nel loro lavoro.
Leggi tese alla specializzazione delle indagini, per cui dovevano esistere magistrati specializzati in indagini finanziarie e altri in indagini sulla droga. Per cui, entro certi limiti, è corretto che ci sia una separazione di carriere tra pm e giudici, per il diverso tipo di lavoro.
Sulla perdita di indipendenza, giova ricordare che nei corpi di polizia esistevano già reparti specializzati nel contrasto alla criminalità, come il Ros dei carabinieri o lo Sco. E carabinieri e polizia erano sottoposti alle dipendenze di ministri ed esecutivo.
Il problema secondo Falcone, resta la specializzazione e lo sfruttamento razionale delle risorse a disposizione: «Se non si riuscirà a compiere un salto di qualità sul piano organizzativo e della professionalità, imposto dalla gravità e complessità della situazione, sarà vano continuare a parlare di riforme legislative destinate a imboccare la strada delle grida di manzoniana memoria».
Leggendo le pagine de l'Assedio, sembra di vederlo Falcone, nel suo lavoro di tutti i giorni, perennemente scortato, e l'amarezza nel leggere gli attacchi di colleghi. O articoli come quello uscito sull'Unità del giurista Alessandro Pizzorusso, membro laico del CSM per conto del PDS (e MD, la corrente di sinistra si dimostrò tra le più ostili per la nomina di Falcone alla DNA):
“Martelli continua instancabile nel tentativo di svuotare il CSM. Il principale collaboratore del ministro non da più garanzie di indipendenza”.

Comunista quando indagava sulla DC di Ciancimino e Lima, poi socialista con Martelli. Falcone troppo legato a Martelli, dunque non più indipendente.
Troppi pregiudizi, troppe malignità anche gratuite contro un magistrato che aveva già rischiato la vita dopo il fallito attentato all'Addaura.
Anche da parte dei magistrati milanesi, ricorda Bianconi, nemmeno loro che stavano indagando sul psi milanese, si fidavano più di lui.
In questo clima di ostilità, di quasi solitudine, usato come strumento di battaglie politiche, Bianconi racconta gli ultimi mesi di vita di Falcone.
Alternando le pagine della sua vita romana, lo scontro tra ministero e CSM, la fine del governo Andreotti, le elezioni anticipate e il ciclone di Mani pulite.
I giochi per il Quirinale, con le ambizioni di Andreotti, per il finale della sua carriera …

Dall'altra parte i mafiosi di Riina che, anziché Roma, decidono di colpire Falcone in Sicilia: “Abbiamo trovato cose più grosse giù”, dice Riina ai suoi.
Uno dei misteri sulla strage di Capaci, ancora senza risposta.
Come ancora poco chiaro il contesto di quei mesi in cui i corleonesi, per dimostrare alle altre famiglie la loro forza, alzano il livello dello scontro.
Tagliando i “rami secchi”, quei politici che non avevano rispettato i patti, bloccando il processo in Cassazione e bloccando l'azione di Falcone al ministero.
Salvo Lima 12 marzo.
E poi il maresciallo Guazzelli, con cui si era confidato il ministro DC Calogero Mannino: “il prossimo sono io” gli aveva confidato.
Le rivendicazioni della Falange Armata, la lettera di Elio Ciolini dal carcere di Bologna in cui anticipava la stagione di attentati, le connessioni tra logge, eversione nera e i famigerati “poteri occulti” per destabilizzare l'Italia, con l'obiettivo di arrivare ad un nuovo ordine.
Dopo il crollo del muro di Berlino.
Dopo la fine dei partiti della Prima Repubblica.

Il 23 maggio 1992, alle 17.56, all'altezza di Capaci, la Croma bianca dove viaggiava Falcone viene investita dall'esplosione di 200 kg di esplosivo (procurato dalle cave e dalle bombe inesplose della guerra).
L'auto davanti della scorta salta per aria e verrà ritrovata più tardi, con dentro i tre corpi carbonizzati di Vito Schifani, Antonio Montinari e Rocco Dicillo.

Il racconto si ferma qui, con le due stragi che segnano la fine della prima repubblica, l'inizio della fine del comando di Riina in cosa nostra, la fine di una stagione della lotta alla mafia.
Un'occasione mancata.
Perché se è vero che gli esecutori della strage sono stati arrestati e condannati, la guerra alle mafie non è stata vinta.
Non solo perché la mafia ha cambiato pelle o perché nel corso degli anni i governi hanno condotto il contrasto alla criminalità organizzata a “correnti alternate” (usando le parole di Falcone).
Molte delle considerazioni del magistrato sono ancora valide: sulla separazione dei ruoli tra azione della magistratura e azioni (di responsabilità, di argine, di prevenzione) della politica e dei partiti.
Ancora oggi l'azione dei magistrati viene strumentalizzata per guerre la cui superficie si intuisce solamente.
Ancora oggi succede a magistrati, a esponenti politici o della società civile succede di ritrovarsi improvvisamente soli, nel gioco grande.

A Falcone la credibilità che i suoi stessi nemici avevano tolto, paradossalmente è stata a lui restituita dalla stessa mafia:
Nello studio della trasmissione Babele, dove presentava il suo libro, una spettatrice in studio citò la frase del suo libro per cui la solitudine precede la morte per mano mafiosa. E chiese a Falcone:
Giacché lei è fortunatamente ancora fra noi, chi la protegge?Il giudice riuscì a reprimere un moto di stizza, e replicò con un'altra domanda: - Questo significa che per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo paese?”


Altri post sul libro
Un vizio si trova: il maxi processo in Cassazione e il giudice Carnevale
Lo sapevano tutti”, la distinzione tra livello politico e livello giudiziario
L'accordo politico con cosa nostra raccontato da Mannino

La sentenza della Cassazione
«Non vi è dubbio che Giovanni Falcone fu sottoposto a un infame linciaggio - prolungato nel tempo, proveniente da piú parti, gravemente oltraggioso nei termini, nei modi e nelle forme - diretto a stroncare per sempre, con vili e spregevoli accuse, la reputazione e il decoro professionale del valoroso magistrato. Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone - certamente il piú capace magistrato italiano - fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia (anche all'interno delle stesse istituzioni), tendenti a impedirgli che assumesse quei prestigiosi incarichi i quali dovevano, invece, a lui essere conferiti sia per essere egli il piú meritevole, sia perché il superiore interesse generale imponeva che il crimine organizzato fosse contrastato da chi era indiscutibilmente il piú bravo e il piú preparato, e offriva le maggiori garanzie - anche di assoluta indipendenza e di coraggio - nel contrastare, con efficienza e in profondità, l'associazione criminale».Dalla sentenza della seconda sezione Penale della Corte di Cassazione. Roma, 6 maggio 2004.

La scheda del libro sul sito di Einaudi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

19 maggio 2017

L'accordo politico con cosa nostra - da l'Assedio di Giovanni Bianconi

Un altro pretesto di lettura dall'ultimo libro di Giovanni Bianconi su Falcone, che parte dal maxi processo a cosa nostra, con le prime condanne all'ergastolo per i boss.
E poi lo smantellamento del pool, l'appello che sminuisce le condanne e la portata giudiziaria del processo alla mafia.
Che ad inizio 1992 approda in Cassazione dove, dicono i pentiti, doveva essere aggiustato, grazie agli appoggi politici di Riina a Roma e  nella suprema corte.
Ma le cose andarono diversamente: Falcone, per evitare che la Cassazione bocciasse nuovamente un processo per mafia per visi di forma, fece monitorare le sentenze emesse dalla Cassazione, che per reati di mafia e terrorismo arrivavano in maggior parte alla prima sezione di Carnevale.

D'accordo col presidente della suprema corte, fu decisa la rotazione delle sezioni e così maxi fu dato ad un altro magistrato, proveniente dal civile, Arnaldo Valente, la cui corte confermò l'impianto accusatorio, il teorema Buscetta e le condanne.
Le speranze di Riina furono tradite, quel "cornuto" (parole sue) di Falcone doveva pagare, ma anche quei politici che avevano tradito, i "rami secchi" da tagliare.
Il primo fu Salvo Lima.
Poi doveva arrivare Calogero Mannino, allora ministro per il mezzogiorno.
"Il prossimo sono io" aveva raccontato al maresciallo Guazzelli.
 Giovanni Bianconi riporta anche altro, su Mannino: 
Calogero Mannino, confesserà a un giornalista, dietro la promessa di non pubblicare ciò che gli stava dicendo sotto forma di intervista: «Sono un condannato a morte. Sento che sto per perdere la ragione, maledico il giorno in cui ho iniziato a fare politica ..
Per il maxiprocesso fu raggiunto una specie di accordo politico. Voi, disse Cosa Nostra, ingabbiate la mafia perdente e qualcuno marginale della mafia vincente, ma l'accordo è che alla fine di questo iter c'è la Cassazione, e la Cassazione ci metterà in libertà. Noi nel frattempo, ce ne restiamo buoni e facciamo gli affari nostri. Ma il governo non ha rispettato i patti. Andreotti, non io; Andreotti ha fatto approvare una serie di leggi repressive»
Tribunale di Palermo, sentenza del giudice dell'udienza preliminare nel procedimento a carico di Calogero Mannino, 4 novembre 2015, pp 386-387
[L'assedio, troppi nemici per Falcone, Giovanni Bianconi - Einaudi editore]  

E se la prendono pure

Su l'Unità online trovate questo articolo che riporta un post su Faceook di Mattia Feltri: il giornalista della Stampa considera offesivo essere stato definito "renziano" dal direttore del Fatto
“Travaglio sa, lo sa benissimo, che non sono renziano, come non ero berlusconiano, né sono mai stato altro. Entro in cabina elettorale e voto e poi esco e me ne dimentico e faccio il mio lavoro. ..Però se lo scrive Travaglio, in modo apertamente disonesto, perché sa benissimo che non è vero, e cioè alimentando questo clima orrido di sospetto e di calunnia, e lo fa sulla mia pelle, e mi fa passare per uomo prezzolato, io glielo dico: Marco Travaglio sei un uomo disonesto, sei molto più disonesto dei disonesti che credi di mettere al muro con la tua maschera di Robin Hood, ed è sempre Carnevale”.
Feltri non è renziano.
Infatti ecco come racconta la vicenda Consip nell'editoriale di ieri


Ed è forse utile per aggiornare i fondamenti del dibattito pubblico, sempre più precostituzionali, creativi e soprattutto sbrigativi: naturalmente al servizio della verità. E allora conviene ricostruire tutto daccapo. L’inchiesta su Consip, la centrale unica degli appalti pubblici, parte dalla Procura di Napoli lo scorso autunno. Su alcuni giornali appaiono le prime notizie, perché sappiamo che il diritto all’informazione pubblica è diventato predominante rispetto ai doveri della giustizia (ci si ricorderà il capolavoro dell’interrogatorio a Virginia Raggi reso in diretta a qualche sito).  
Le cimici, la fuga di notizie di cui sono accusati Lotti e due generali dei carabinieri, le dichiarazioni di Marroni, la presunta corruzione per l'appalto Consip, il ruolo dell'imprenditore Romeo, i pizzini coi soldi per T e L?
Tutto sparito nella versione edulcorata dove, a farla da padrone ci sono gli errori di Scafarto (che diventano "conclusioni fantasiose"), sulle intercettazioni rilevanti o meno etc etc 
A parte che essere considerato renziano non dovrebbe essere offensivo, diciamo che Feltri ha una visione dei fatti che guarda caso coincide con la linea difensiva dei renziani.
E ognuno di noi che legge le notizie su più giornali può farsi la sua opinione.

Di che parliamo oggi

Non c'è peggior sordo di chi non vuole ascoltare e preferisce ascoltare la sua voce.
Sui posti di lavoro, la cui crescita, vanto del governo passato è crollata con la cessazione degli sgravi.
"Lavoro, contratti stabili al palo: in due anni crolla il tempo indeterminatoNel complesso ci sono 322mila nuovi posti di lavoro, ma quelli fissi sono solo 17mila: frenano del 58% sull'anno scorso, che era già stato a ritmo ridotto rispetto al 2015 incentivato"
Sui voucher che escono da una parte (e dunque niente referendum) per forse rientrare dalla finestra, per le aziende sotto i 5 dipendenti: giusto il numero di giocatori una squadra di calcetto.

Sulle intercettazioni: attacco alla democrazia, una "insopportabile violazione della libertà dei cittadini, dello stato di diritto e degli equilibri istituzionali" racconta il presidente emerito al Corriere. Pensavamo di morire democristiani, magari. Stiamo morendo tutti berlusconiani.
Perché siamo in Italia e non in America dove le intercettazioni su Trump stanno mettendo in difficoltà il presidente USA.

Per fortuna il direttore di Repubblica ricorda a tutti quale sia il ruolo del giornalista (diverso da quello del magistrato):
Ma la rilevanza penale e quella giornalistica non sempre coincidono.La storia della telefonata tra i Renzi ne è un chiaro esempio: non fa parte degli atti dell'inchiesta romana e non risulta sia stata mai fatta trascrivere dal pubblico ministero, quindi per la magistratura non aveva valore per sostenere l'accusa. Per l'opinione pubblica invece un valore ce l'ha, mostra il rapporto tra l'ex presidente del Consiglio e il padre e risponde a molte delle domande che i cittadini si sono fatti in questi mesi sulle relazioni e le complicità familiari. E in questo caso richiamare un diritto alla privacy non è corretto: la Corte europea dei diritti dell'uomo ha sostenuto più volte che la tutela della riservatezza si restringe quando si tratta di personaggi che hanno responsabilità pubbliche e allo stesso tempo si allarga il diritto di informare i cittadini.Così se il testo di quella conversazione, che ha una evidente rilevanza giornalistica, fosse arrivato sulle nostre scrivanie anche noi l'avremmo pubblicato, come Marco Lillo sul Fatto Quotidiano, e saremmo ipocriti se sostenessimo il contrario.
Parlano di gogna mediatica contro un partito (e un governo) che ha occupato la Rai e che di certo non può lamentarsi di una stampa ostile.

Sulla legge elettorale che dai tempi del porcellum siamo riusciti a peggiorare più di una volta.
Con l'Italicum e ora col Verdinellum (o Rosatellum) di cui Gilioli da una esauriente descrizione qui.

"Mi riferisco in particolare alla metà (metà) di Parlamento eletta con le liste bloccate scelte dall'alto, un mostriciattolo che ci trasciniamo dietro dal Porcellum.E mi riferisco anche al meccanismo che permette ai big del partito e ai loro cortigiani di avere l'elezione praticamente assicurata, attraverso la candidatura multipla, una nel maggioritario e tre nelle liste bloccate.Chi mi segue sa che non esattamente da oggi considero la questione della distanza tra cittadini e Palazzo - quindi tra tra rappresentati e rappresentanti - una di quelle fondamentali per ridare fiato e sangue alla democrazia rappresentativa in crisi - e alla democrazia tout court.Il Porcellum era la negazione più evidente di questo principio. Ma mi pare che anche il Rosatellum tenda a ignorarlo, e a fischiettare guardando altrove."
Legge elettorale, una politica trasparente, il lavoro, la gestione dei migranti e una soluzione che si occupi dell'esodo dai loro paesi e non solo degli sbarchi.
Ma forse oggi ci occuperemo dell'atto di violenza compiuto da un ragazzo con origini nordafricane, alla stazione centrale.
Il palco per l'ennesimo show è pronto.

18 maggio 2017

Lo sapevano tutti: il livello politico e il livello giudiziario delle accuse (da l'Assedio di Giovanni Bianconi)

26 ottobre 1991: a seguito dell'omicidio di Libero Grassi, Michele Santoro e Maurizio Costanzo organizzano una serata antimafia, con le trasmissioni Maurizio Costanzo Show, in onda assieme a Samarcanda.
E' la serata dello sfogo di Totò Cuffaro, ma dove Falcone deve rispondere alle accuse dell'avvocato Galasso (parte civile al maxi processo) e Leoluca Orlando (ex DC, fondatore della Rete), per il suo essersi ritirato dalla trincea del Tribunale di Palermo, per andare a lavorare a Roma, assieme al ministro socialista Martelli (nel governo di Andreotti).
Leoluca Orlando, dopo aver ricordato tutti i sospetti e le ombre attorno a Salvio Lima (che ancora accompagnava Giulio Andreotti nei suoi viaggi in Sicilia), chiede a Falcone di Salvo Lima (grande elettore della corrente andreottiana in Sicilia)
"E' con Salvo Lima che Andreotti ha visitato Bagheria - ha aggiunto Orlando - E con Salvo Lima che erano in stretto rapporto gli esattori Salvo. Perchè è ancora impunito, dottor Falcone?
Il magistrato reagì con un sorriso amaro. Come si fa quando si ripete per l'ennesima volta la stessa risposta a chi sembra non voler capire, sapendo che tutto inutile.
A che sarebbe servito ribadire che certe conoscenze o frequentazioni, così come affermazioni non supportate da riscontri, non sono sufficienti a imbastire un processo mentre lo sarebbero per un giudizio politico anche molto netto? E che però ai magistrati spetta di fare i processi, chiedere o pronunciare condanne o assoluzioni, non elargire giudizi o considerazioni politiche?
A proposito degli ambigui legami di Lima si limitò replicare: «lo sapevano tutti».
Come dire che ce n'era abbastanza, a disposizione di tutti, per trarre conclusioni di convenienza sul piano etico e politico.
[L'assedio, troppi nemici per Falcone, Giovanni Bianconi - Einaudi editore]


 

Attacco alla democrazia

La nostra è una democrazia parlamentare, i cui principi si appoggiano ad una Costituzione che ne sancisce i pilastri: Repubblica fondata sul lavoro, che garantisce a tutti un salario dignitoso, che garantisce a tutti un livello minimo di assistenza sanitaria. Una Repubblica che tutela la dignità della persona, la sua privacy.
Bisogna ricordarselo sempre quando si sente parlare di "attacco alla democrazia", "golpe": le parole sono importanti e quando si abusa di certi termini si rischia di svotarli del loro significato.

La nostra democrazia è sotto attacco perché delle intercettazioni sono uscite fuori dal tribunale (e/o dagli uffici della polizia giudiziaria) per essere stampati?
E allora era sotto minaccia anche quando l'Espresso Repubblica pubblicavano gil audio di Patrizia D'Addario con l'allora presidente del consiglio Berlusconi.
Esiste un tentativo di complotto contro il governo (e contro il partito che è maggioranza al suo interno)?
Deja vu di quanto già sentito anni fa, quando la procura golpista era quella di Milano (contro cui gli esponenti di Forza Italia avevano inscenato una manifestazione) e i magistrati da cui diofendersi erano Bocassini e De Pasquale.

Attacco alla democrazia è scoprire (ma forse scoprire è una parola grossa) che è scomparsa la classe media, così dicono i dati Istat.
Attacco alla democrazia è leggere i numeri dell'occupazione, specie quella giovanile. Leggere i numeri e le storie dei laureati che non trovano lavoro e che se ne vanno via dal paese.
Attacco alla democrazia è leggere dell'inchiesta sulle mani della mafia sui supermercati Lidl qui al nord. Delle mani della ndrangheta sul business dell'accoglienza.

In questi giorni dove si discute di intercettazioni, fango, golpe come fossimo tifosi da stadio, mentre in Parlamento è passata la che introduce il reato di tortura.
Tra l'assenza di una legge e una legge che non potrà essere utilizzata cosa è peggio?
Come dobbiamo chiamare la notte di Genova, nel luglio 2001, quando alle persone picchiate selvaggiamente dalla polizia furono negate i diritti della Costituzione?

17 maggio 2017

L'hanno presa bene

I commenti alla pubblicazione dell'ennesima intercettazione, tra padre e figlio Renzi, non sono mancati.

Il Falso quotidiano
Siete la verogna del giornalismo
Sciacalli
Avete fatto un grosso favore a Renzi [questa un pelino in contrasto con le uscite precedenti]

Non è mancata nemmeno l'ennesima dichiarazione contro la pubblicazione delle intercettazioni, la violazione del segreto d'ufficio ..
Certo: ai tempi di B. eravamo molto più esigenti con papi. Con chi parli, cosa fai la sera, erano veramente cene eleganti ..
E quando B. voleva stringere sulla pubblicazione delle intercettazioni, scattava l'allarme del popolo del (centro) sinistra, non solo sui giornali (vi ricordate ancora i post it gialli di Repubblica?).

E sulla violazione del segreto istruttorio, quando ad uscire erano pezzi delle comunicazioni con Marra e il sindaco Raggi, nessuno aveva obiettato qualcosa.
Nemmeno quando i giornali avevano manipolato gli sms di Di Maio per fargli dire il contrario di quello che aveva inteso dire.
Aggiungerei anche che, l'intera vicenda Consip è partita da una fuga di notizie sulle cimici, messe dalla procura di Napoli, per intercettare gli attori interessati ad un appalto miliardario.
Vicenda che tocca un ministro, due generali dell'Arma, il padre dell'allora Presidente del Consiglio, più imprenditori.
Anche quella, almeno sulla carta, è una violazione del segreto delle indagini.

Da una parte osserviamo compiaciuti il ruolo dei media americani col presidente Trump: cani da guardia del potere, almeno in questo caso l'impressione è che stiano facendo il loro dovere.
Che non è chiudere un occhio perché siamo americani, perché ci si deve fidare, perché siamo ad un passo dalla guerra allora ..
Dall'altra inseguiamo delle polemiche che, oggettivamente dopo anni di berlusconismo, hanno veramente stancato.
(e anche quanti tirano fuori le foto di famiglia)




Cari politici, cari giornalisti che vi scandalizzate per quelle intercettazioni, studiatevi cosa significa la parola accountability.

Un vizio si trova - da l'Assedio di Giovanni Bianconi

Prosegue la lettura del libro di Giovanni Bianconi, sugli ultimi anni del giudice Giovanni Falcone.

Primavera estate 1991: stremato dall'isolamento in cui è stato costretto a Palermo, Giovanni Falcone accetta l'incarico come direttore dell'Ufficio Affari Penali presso il ministero di giustizia.
Lavorare col ministro Martelli, il socialista, che aveva fatto la battaglia per una giustizia giusta e su cui la mafia aveva dirottato i suoi voti nel 1987.
Lavorare per il governo Andreotto, capo della corrente che aveva sl uos interno il troppo chiacchierato eurodeputato Lima.

Ma, pensò Falcone, il gioco valeva la candela: da una parte le polemiche per aver abbandonato il suo posto in trincea come magistrato, dall'altro la possibilità di combattere la guerra contro le mafie su un altro campo. Ovvero, nel governo per mettere mano alle regole, per attuare quelle riforme nella lotta alla mafia che aveva in mente.
Una super procura nazionale col compito di coordinare tutte le indagini di mafia, che non dovevano essere più sparpagliate su tutte le procure ma destinate alle direzioni distrettuali.
C'è il rischio di assogettare le procure alla politica?
Forse. Ma quello che preoccupava Falcone era quanto aveva vissuto a Palermo con l'arrivo di Meli all'Ufficio istruzione, lo spezzettamento dei tronconi del maxi processo, la fine del pool, il fatto che gli venissero assegnati tanti piccoli processetti. Perché tutti devono saper fare tutto, altro che specializzazione in fatti di mafia.
Ma Falcone era anche preoccupato perché di lì a breve il maxi sarebbe arrivato in Cassazione, col rischio di vedersi bocciato il lavoro di anni per mano del giudice "ammazzasentenze", Carnevale.
Per questo il giudice più famoso d'Italia, nella lotta alla mafia, si era mosso per tempo, monitorando le sentenze della prima corte di Cassazione, che gestiva quasi tutti i processi per mafia e terrorismo che arrivavano presso la Suprema Corte.
Ma anche Totò Riina si preoccupava per il maxi processo in Cassazione, per motivi diversi:
Lo «zio Totò» l'aveva ripetuto più volte a capi e gregari: - Da Roma il processo tornerà indietro, perché quel Carnevale [il presidente della prima sez. della Cassazione, che definì Falcone un cretino] troverà qualche vizio, un qualcosa, un difetto... -E sarebbe stata la vittoria della mafia contro lo Stato. O almeno un pezzo dello Stato, quello che appoggiava «quel cornuto di Falcone».Ciò che interessava Riina era la sconfessione di quanto il giudice aveva intuito e costruito nella sua istruttoria, grazie a «quell'infame di Buscetta»: la struttura gerachica e piramidale di cosa nostra, che deliberava i delitti e dirigeva ogni decisione.Il «capo dei capi» era disposto ad accettare che per ogni singolo fatto ci fossero singole condanne, che ogni omicidio apparisse come un fatto separato dall'altro, senza collegamenti o mandanti giunti dall'alto. A lui importava smontare la teoria della Cupola, che aveva cambiato le carte in tavola con le istituzioni.A proposito dei referenti romani che dovevano occuparsi di aggiustare il processo, una volta Ignazio Salvo [grande elettore DC in Sicilia, a capo della società di riscossione crediti] ricordò a Brusca il proprio impegno per impedire che proprio Falcone andasse a guidare l'Ufficio Istruzione di Palermo. In quel caso andò bene, e lui si era rivelato affidabile. Ora avrebbe ritentato, ma non c'era più niente di sicuro..

[L'Assedio troppi nemici per Giovanni Falcone, pagina 117, Giovanni Bianconi Einaudi editore]




La Cassazione il 30 gennaio 1992 confermò l'impianto del maxi processo confermando la tesi di una mafia unitaria e verticistica le cui azioni erano riconducibili a quelle della Cupola.
Corrado Carnevale, dopo un lungo processo, è tornato in Cassazione.
La super procura si è realizzata, come la DIA.
Andreotti è stato condannato per mafia (fino al 1980), Lima ucciso dai corleonesi nel marzo 1992.
La mafia militare è stata sconfitta ma la la mafia stessa ha ora cambiato pelle. 
Le indagini sul rapporto tra mafia e politica (e in special modo per quanto riguarda la trattativa stato mafia) sono ancora tabù.
Totò Cuffaro, l'ex presidente della regione Sicilia condannato per favoreggiamento alla mafia, fa oggi lezioni di giornalismo.